Per sette su dieci le norme italiane colpiscono chi ha meno possibilità economiche e altrettante sono convinte di avere una ridotta possibilità di coronare il sogno. Il 55% è disposto ad andare all'estero
Roma, 11 febbraio 2009 - Vivere in Italia, con il suo quadro normativo, sfavorisce le coppie che vogliono avere un bambino attraverso tecniche di procreazione medicalmente assistita. Ne sono convinte l’80,5% delle coppie italiane con problemi di fertilità, stando a una ricerca promossa dal Censis con la Fondazione Serono e presentata oggi a Palazzo Marini a Roma.
Il quadro normativo italiano, secondo le coppie intervistate, svantaggia soprattutto chi ha meno possibilità economiche (77,4%), e le coppie si dicono convinte che la legge 40 ha di fatto ridotto le loro possibilità di diventare genitori (77,4%). Tanto che è alta la quota di quanti si dicono disposti ad andare in un centro all’estero (il 55,5%), mentre, benchè minoritaria, è comunque pari al 32,5%, la quota di coppie che sarebbe disposta a sottoporsi a fecondazione eterologa (vietata nel nostro paese), un dato che non si discosta molto (27,2%) se si analizzano solo le coppie di cattolici praticanti.
La legge 40 è criticata soprattutto perchè «si preoccupa troppo degli aspetti etici (71%), mentre solo il 37,7% del campione è convinto che metta al centro la salute delle donne. Il percorso di procreazione assistita, si legge nel rapporto, "taglia fuori le coppie più deboli sotto il profilo culturale, e probabilmente anche economico": le donne del campione, intercettato ed intervistato nei centri di PMA, sono laureate nel 30,3% dei casi, contro il 17,7% delle italiane nella stessa fascia d’età, e gli uomini sono laureati per il 26,9% nel campione contro il 14,2% della popolazione generale.
Di fatto il quadro italiano si caratterizza per una fortissima presenza del privato (il 55% del totale dei centri), specialmente al Centro e al Sud. A questo va aggiunto il fatto che il primo medico cui le coppie fanno riferimento (nel 74,8% dei casi) è il ginecologo, che il più delle volte avvia il percorso diagnostico (50% circa dei casi), ma spesso invita alla pazienza (il 23,4% delle coppie ha ricevuto questa indicazione dal primo medico cui si è rivolto, ed il 28,0% delle coppie che si sono rivolte al ginecologo), e dunque non sempre rappresenta uno snodo che facilita l’accesso al centro di PMA.
UNA COPPIA SU TRE NON NE PARLA
Avere problemi di fertilità e rivolgersi quindi a un centro per la procreazione medicalmente assistita è ancora un tabù: una coppia su tre non ne parla a nessuno o trova comunque scarsa comprensione, oltre a subire pesanti ripercussioni sulla vita sociale e su quella sessuale.
"Rimangono sacche di disagio profondo - si legge nel rapporto - che seppure minoritarie, sono sintomatiche delle implicazioni psicologiche, sociali ed affettive dell’infertilità nella vita delle persone": 1 coppia su dieci non ha confidato a nessuno nè l’esistenza del problema, nè tantomeno di essere in cura, il 20% circa non trova comprensione presso amici e parenti e quasi il 30% lamenta un peggioramento della qualità della vita sessuale.
Più in generale le coppie soffrono la condizione di sospensione esistenziale, legata alla genitorialità mancata: il passare del tempo senza riuscire ad ottenere una gravidanza rappresenta una delle cause principali di disagio per le coppie (87,3%), e per poco meno della metà (44,5%) soffrono per il sentimento di diversità legato alla loro condizione. Però, in grande maggioranza, sono convinte che riusciranno, prima o poi, ad avere un figlio (il 70,8%), e se non avrà successo la terapia cui si stanno sottoponendo ci riproveranno (65% circa).
In ogni caso, i centri a cui ci si rivolge riscuotono la soddisfazione di quasi tutti ((molto o abbastanza il 94,9%), senza differenziazioni particolarmente significative a seconda della tipologia di centro, pubblico, privato o privato convenzionato. Tuttavia, seppure la quota più alta del campione ha indicato di non aver incontrato nessun problema particolare, va sottolineato che il 27,5% delle coppie (valore che sale fino al 46,8% delle coppie intervistate nei centri privati, e scende al 18% circa in quelli pubblici e privati convenzionati), ha indicato nei costi economici il fattore più problematico nel rapporto coi centri, mentre le difficoltà di accesso vengono indicate dal 23,9% del campione, ma con valori che salgono sensibilmente tra le coppie in carico a centri pubblici (34,9% contro il 24,8% del privato convenzionato ed il 6,9% del privato).
fonte: Agi