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Veronesi: "Un virus ci salverà Siamo più forti del cancro"

Intervista all'oncologo in prima linea nella ricerca: "Saranno gradualmente eliminate tutte le terapie tossiche per il paziente"

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Umberto Veronesi, 85 anni (Ansa)

Milano, 13 settembre 2010 - DOMENICA prossima a Venezia aprirà il lavori della Conferenza Mondiale su ‘I virus: nemico invisibile’. Perché è così importante parlare di virus ?
«I virus sono fra le più grandi sfide delle scienza e il rischio di pandemia è la minaccia oggi più pericolosa per l’umanità. Ma inspiegabilmente non c’è sufficiente attenzione per questo ambito, salvo nei momenti di emergenza, come è avvenuto lo scorso anno per l’allarme per l’influenza A. I virus sono le entità biologiche più abbondanti nel nostro pianeta: ce ne sono milioni (anche se ne abbiamo identificati solo circa 5mila) e per lo più sono innocui. Ma se in uno solo di essi avviene una mutazione, può diventare un’arma letale e destabilizzare il mondo. La conferenza di Venezia vuole rifocalizzare l’attenzione sui virus. E’ un evento di divulgazione e quindi non è rivolta soltanto agli scienziati, ma a tutte le persone che hanno un interesse al tema. Certo, la scienza sarà altamente rappresentata. Domenica alla cerimonia di apertura accoglieremo Luc Montagnier (premio Nobel) e Robert Gallo, che per anni ha conteso con Montagnier la paternità della scoperta del virus dell’Aids e oggi ne è uno dei massimi esperti mondiali, e lunedì interverranno personaggi affascinanti come Nathan Wolfe, il cacciatore di virus. Tuttavia i loro interventi sono studiati per la divulgazione, la riflessione e il dibattito. Infatti anche quest’anno la Conferenza sarà gremita di giovani. Anche ragazzi dei licei».
 

C’è qualche novità all’orizzonte?
«Molte novità. Parleremo dei virus emergenti, dei nuovi vaccini biotech sicuri al 100%, dei metodi di vaccinazione in studio che potrebbero utilizzare frutti e piante. E ancora, del legame sempre più evidente fra virus e alcuni tipi di cancro e di come i virus possono essere anche utilizzati in senso ‘buono’, come veicoli delle terapie molecolari».
 

Una sua collaboratrice, recentemente, ha sperimentato l’uso della salmonella per stimolare il sistema immunitario. Ha fiducia che la terapia possa funzionare?
«Si, è una strada promettente e Maria Rescigno, cui lei si riferisce, la sta studiando da molti anni in laboratorio. Ora è arrivata al passo della sperimentazione sull’uomo ed è un grandissimo risultato. L’idea è proprio di utilizzare il batterio della salmonella per attivare il sistema immunitario del malato a reagire contro le cellule tumorali: riconoscerle ed eliminarle come fa con le altre cellule ‘estranee’, quali appunto quelle di un virus o un’infezione. Partirà a maggio-giugno una sperimentazione per i malati di melanoma a stadio avanzato».
 

Lei, da uomo di scienza, si è dichiarato favorevole al nucleare e disponibile a guidare l’agenzia nazionale, nonostante le perplessità delle forze politiche più vicine al suo pensiero. Un solo concetto per convincere i dubbiosi?
«In realtà non voglio convincere nessuno della bontà della mia decisione. Anzi, so perfettamente che è molto impopolare. Posso solo riconfermare il concetto che è alla base della mia scelta: penso che il nucleare sia un bene per questo Paese, che amo e che vorrei vedere svilupparsi scientificamente, economicamente e civilmente, in linea con gli standard internazionali del progresso. Io, poi, mi sono sempre occupato di radioprotezione, e l’Agenzia deve occuparsi proprio di sicurezza del nucleare nei riguardi della salute e dell’ambiente».
 

Se verrà nominato a questo nuovo incarico, abbandonerà le sue ricerche sul cancro?
«No, affatto. L’incarico, come ho detto, sarebbe di tutela della sicurezza del nucleare e quindi il tipo di lavoro rientra nell’ambito della ricerca sulla prevenzione, di cui mi sono sempre occupato e continuerò a occuparmi, per la lotta al cancro, che rimane la missione della mia vita. Oggi , grazie alle conoscenze del Dna, la ricerca scientifica è ancora più strettamente interconnessa e la medicina lo diventa di conseguenza. La scoperta delle funzioni di un determinato gene sono utili all’oncologia così come alla cardiologia o alla neurologia».
 

Professor Veronesi, l’attore americano Douglas sostiene di avere l’80% di probabilità di guarire dal cancro con cure farmacologiche. Sono queste le reali probabilità di successo?
«Bisogna stare attenti a usare percentuali e parole nel campo della malattia. A parte i ‘successi’ e le ‘probabilità’, la realtà è che dalla fine degli anni ’80 la mortalità per cancro ha iniziato per la prima volta nella storia a diminuire, grazie alla prevenzione e alla diagnosi precoce; che molti tipi di cancro oggi posso essere guariti; e che, grazie all’evoluzione delle metodiche di cura in senso mirato, la maggior parte di essi può essere trattata con terapie che permettono una buona qualità di vita. Oggi di cancro si può guarire e si può convivere con la malattia come succede con altre malattie croniche».
 

Come valuta l’effetto outing di questi personaggi? Positivo o negativo parlare in pubblico di cancro?
«Assolutamente positivo. Attori, scrittori, registi e in generale chi appartiene al mondo dello spettacolo e dello sport sono dei modelli di vita: oggi esprimono che il cancro non è una punizione divina, una maledizione o una condanna a morte da nascondere perché offusca l’immagine vincente di sé. Anzi, affrontare la malattia con lucidità e consapevolezza è segno di forza d’animo».
 

Non teme che si indulga a un eccesso di ottimismo, quasi di trionfalismo?
«Forse. L’eccesso è sempre in sé negativo. Ma è sempre meglio un eccesso di ottimismo che un eccesso di disperazione, che è davvero dannosa per i malati».
 

Quali passi avanti sono stati fatti negli ultimi tempi?
«I progressi sono stati enormi, l’abbiamo già detto. In una frase, il cancro è passato da male incurabile a malattia curabile. Dico sempre che negli ultimi anni ci sono state tre rivoluzioni che hanno cambiato il volto alla cura del cancro: la diagnostica, che ha permesso di anticipare la terapia, la decodifica del Dna, che ha introdotto nuove conoscenze e nuove cure, e la tecnologia, che ha di fatto permesso di scoprire nuove particelle per la radioterapia e utilizzare nuove metodiche di intervento come la robotica in chirurgia».
 

Cosa c’è di nuovo all’orizzonte della medicina per la cura del cancro?
«Gli altri risultati della rivoluzione del Dna. Vale a dire, innanzitutto, i cosiddetti farmaci intelligenti: molecole in grado di intervenire direttamente e selettivamente sui geni delle cellule malate, senza tossicità per tutte le altre. Alcuni sono già in uso, ma sono ancora pochi e spesso utilizzati in associazione ai farmaci tradizionali. L’obiettivo è eliminare progressivamente tutte le cure tossiche per il malato».
 

Il suo Istituto si sta candidando a diventare il centro di eccellenza italiano ed europeo. Cosa deve aspettarsi la città di Milano e l’Italia dalla sua iniziativa?
«Posso dire che l’Istituto europeo di oncologia è già centro di eccellenza e di riferimento nazionale ed europeo. Se lei si riferisce al progetto del Cerba, Centro europeo di ricerca biomedica, si tratta della realizzazione del progetto iniziale dello Ieo che è di essere il primo istituto di una ‘cittadella della salute e della ricerca’, su modello dell’Nih di Bethesda, in cui centri di cura specialistici per le malattie più gravi (oncologia, cardiologia, neuroscienze) condividono le piattaforme di ricerca, servizi di assistenza e accoglienza per malati e familiari, strutture di formazione internazionale. Milano può diventare capitale europea della salute e l’Italia può essere la sede di un comunità scientifica internazionale, recuperando un ruolo culturale che ha perso dai tempi delle prime grandi università del Cinquecento».
 

di Massimo Degli Esposti

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