Il regista Boyle: "Il mio film più difficile"
Si tratta di un fanta-thriller ambientato nel 2057. Il sole si sta spegnendo e, per salvare l'umanità, otto astronauti, a bordo della navicella Icarus II, hanno il compito di trasportare un ordigno nucleare. E' anche un film psicologico che analizza il comportamento umano in situazioni estreme
10 Aprile 2007 - Siamo nel 2057, il Sole si sta spegnendo e l'umanità rischia l'estinzione. E' la trama di "Sunshine", l'ultima opera del regista inglese Danny Boyle, famoso per "Trainspotting" e "28 giorni dopo", da una sceneggiatura originale di Alex Garland. Un film di fantascienza, ma anche un pò thriller ed horror, che uscirà nelle sale italiane il 20 aprile e che si rifà, a detta del suo autore, ai "giganti di questo genere come "Solaris" di Tarkovskij, il primo "Alien" di Ridley Scott e, naturalmente, a "2001 Odissea nello spazio" di Stanley Kubrick".
Il regista, a Roma per presentarlo insieme al produttore Andrew Macdonald, alla sua ottava collaborazione con Boyle, è sembrato aver più voglia di parlare della partita di questa sera che del suo film. "Non possiamo parlare di Roma-Manchester United? - ha scherzato - sono tifoso del Manchester e vi porto notizie dall'Inghilterra: questa sera Totti non giocherà, e comunque vinceremo noi". Dopo aver minimizzato gli scontri scoppiati dopo la partita della scorsa settimana e le polemiche sorte in seguito, Boyle ha spiegato come è nata l'idea di "Sunshine", la storia di otto astronauti a bordo della navicella spaziale Icarus II che hanno la delicata missione di trasportare un ordigno nucleare che dovrà ridare vita al Sole dopo il fallimento della Icarus I, scomparsa sette anni prima.
"La premessa di avere otto astronauti legati a una bomba enorme mi affascinava - ha detto il regista - film veri e propri sul Sole non ne hanno mai fatti e io volevo parlarne, perché in fondo è la fonte originaria della vita". Il film si caratterizza soprattutto per l'accuratezza scientifica di macchine, ricostruzioni e leggi fisiche, e i realizzatori si sono rivolti alla Nasa, hanno studiato un sottomarino nucleare e l'intera troupe si è sottoposta a dure prove fisiche per simulare la vita nello Spazio. Ma in "Sunshine" c'è anche lo studio psicologico sul comportamento umano in situazioni estreme e, non da ultimo, l'elemento della trascendenza. "E' un viaggio fisico, psicologico e spirituale, si va verso la fonte della vita", ha sintetizzato Boyle che lo ha definito il suo film "più difficile proprio perché estremamente tecnico".
"Sunshine" è pieno di contrasti, visivi e concettuali: c'è lo Spazio infinito e la piccola navicella dove si svolge tutto il film; c'è la luce che brucia e c'è il freddo fuori dalla Icarus che congela gli astronauti; c'è l'inferno (rappresentato da Pinbacker il capitano della Icarus I che gli otto incontrano nel loro viaggio), e c'è il Sole, il Paradiso, la vita. Ma la più grande contrapposizione è quella di cui parla Boyle. "Ho voluto descrivere soprattutto il contrasto tra scienza e Dio: la bomba è l'ultima invenzione dell'uomo per sopravvivere, mentre Pinbacker è l'anti-scienza e crede che non si debba interferire con il disegno divino che è quello di far morire la Stella. Ma quando l'uomo si avvicina al Sole cadono tutte le leggi razionali, la scienza e la fisica e anche nel film abbiamo lasciato spazio alla libertà creativa".
Il variegato equipaggio della Icarus II (tra gli attori ci sono Cillian Murphy, Chris vans e Rose Byrnee Cliff Curtis), mette bene in risalto il percorso psicologico e le difficoltà dell'uomo nel cosmo che si avvicina alla sorgente della vita. Alcuni di loro, come lo psichiatra Searl diventano ossessionati dal Sole, e arrivano a identificarlo con il volto di Dio.
Su tutto, al di là della suspance e di qualche spunto horror nell'evolversi della storia, prevale l'elemento visivo: il Sole enorme, accecante, che domina la piccola Terra vista dalla Icarus. "Nella navicella - spiega Boyle - non ho mai usato il giallo, il rosso o l'arancio, dominano i colori freddi. Abbiamo privato il pubblico di queste tonalità proprio perché ne sentisse la mancanza e restasse abbagliato dalla luce e dal Sole ogni volta che lo facciamo vedere".
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