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A cura di
Matteo Leonelli
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20/06/2007 13:44
A MATRIX RIVIVE
LA TRAGEDIA

"Così siamo diventati
Olindo e Rosa per la tv"

Gli attori Paola Messina, milanese e Antonio Russo, bergamasco raccontano i retroscena della prima docu-fiction lanciata ieri dal programma di canale 5: "La scena dell’omicidio è stata la più faticosa"

Fiction su Olindo Romano e Rosa Bazzi Milano, 19 giugno 2007 - COSÌ DUE ATTORI di teatro sono diventati Olindo Romano e Rosa Bazzi. Armati di coltello e spranga nella serata assurda dell’11 dicembre di un anno fa. Per «Erba. I giorni dell’odio», primo esperimento di docu-fiction, lanciato ieri sera su Canale 5 da «Matrix» di Enrico Mentana. Un’ora e mezzo per ricostruire il masssacro che fece rabbrividire l’Italia. Luca, il nipotino di due anni del regista Squarcia, è Youssef, la più piccola fra le vittime della strage. Come voce narrante, sulle musiche di Cesare Cremonini, un narratore si sostituisce a Antonino Finocchiaro, il maresciallo dei carabinieri che raccolse la prima confessione di Olindo Romano.

 

 

Paola Messina, milanese, uscita dall’Accademia dei Filodrammatici, alle spalle dieci anni sulle scene, molto doppiaggio e laboratori teatrali per bambini, è la piccola, minuta, terribile Rosa Bazzi. Come si è calata in un ruolo tanto impegnativo?
«In pochissimo tempo, è stato un autentico tour de force per studiare e provare. Una vicenda terrificante ma anche molto triste. Tale da fare riflettere su come anrdebbero prevenute certe cose. Molta ignoranza. Ambienti piccoli. La televisione e niente di più».
Come ha inquadrato il personaggio Rosa Bazzi?
«Sono stata aiutata dal maresciallo Finocchiaro e per le scene girate nel carcere di Bollate da un commissario di polizia penitenziaria. Rosa è l’elemento trainante della coppia, anche per vicende personali che si trascinava fin da piccola. L’ombra di una violenza subita. I rapporti non buoni con la madre. Tutto questo l’ha segnata molto. Cose che si portava dietro e dentro e che alla fine sono uscite, in un ambiente piccolo, ignorante, provinciale».

 

Antonio Russo, quarantenne attore bergamasco, si è caricato della greve carnalità di Olindo Romano. Com’è diventato Olindo?
«Ho fatto un provino. Eravamo in tanti e solo all’ultimo momento abbiamo saputo che era il casting per il ruolo di Olindo Romano. Il regista Squarcia ci ha spiegato come lo vedeva. Il provino è stato fatto su una scena cardine: la confessione. Forse ho toccato certe corde e sono riuscito a buttare fuori delle cose. Quando ho letto la sceneggiatura ho capito che era quello che voleva il regista».
Chi è Olindo?
«Un uomo grande e grosso al quale è caduto addosso il mondo. Olindo e la moglie sono assassini ma anche vittime di una società malata dove anni di beghe e liti fra vicini sfociano in strage. Olindo segue la moglie, le obbedisce. Fino a quella sera viveva nel suo mondo, leggeva i suoi Tex. In casa girava con le pattine perché la moglie gli ordinava di non sporcare. Se non fosse un personaggio tragico sarebbe una macchietta».
Si è sentito Olindo?
«Sono un attore. Mi sono concentrato, mi sono immerso nella parte. La scena dell’omicidio è stata molto faticosa. Avevo fatto un grosso lavoro interiore ma quando ho visto il sangue finto che mi colava dalle mani sono stato molto colpito. Sono uscito provato».

 

Il regista Giorgio John Squarcia, nativo del Minnesota, ha 36 anni e ne ha trascorsi sei negli Usa a lavorare come giornalista investigativo per la Cbs. «Per due mesi - dice Squarcia - sono andato avanti e indietro fra Milano e Erba. Ho letto tutto quello che è stato scritto e visto tutto quello che è stato trasmesso. Sono partito dal verbale della confessione dei coniugi, il 10 gennaio. E’ stato quello a darmi la spinta per andare avanti. Fino a quel momento ero convinto che l’operazione non fosse possibile. La fiction racconta quella giornata e torna indietro con dei flash back, i litigi, i sei anni di delirio condominiale nel cortile di via Diaz che abbiamo trasportato a Cascina Gobba, il massacro. Olindo Romano e la moglie avevano dato quattro versioni diverse. Si erano protetti a vicenda, con una complicità unica, dietro c’era anche una storia d’amore. A un certo punto Olindo chiede la presenza del maresciallo Finocchiaro. Il carabiniere lo vede scosso, turbato, lo convince a confessare. E’ il deus ex machina della storia».
«Per la scena del delitto cercavo una forma di realtà assoluta. Ho separato gli attori degli operatori. Si vede la telecamera che non precede mai l’azione, come nelle fiction tradizionali, ma arriva un attimo dopo. A livello visivo la scena è risultata altamente drammatica, con un impatto molto realistico».

di GABRIELE MORONI

 

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