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LA CONFESSIONE

Richard Gere e il suo lavoro:
"Recitare per me è una droga"

L'attore americano afferma in un'intervista che quando gli attori si immedesimano completamente con il personaggio interpretato, allora 'non esistono più'. Anche una breve nota personale: "Io non ho avuto glamour nella mia vita, ho solo lavorato come una bestia"

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RICHARD GERE Roma, 11 marzo 2008 - Recitare è 'una droga' e quando gli attori si immedesimano completamente con il personaggio interpretato, allora 'non esistono più'. Ad affermarlo è Richard Gere in un'intervista a Grazia.

 

Per l'attore americano, "c'è una parte di te che osserva dal di fuori e mantiene un giudizio artistico di quello che stai facendo, ma allo stesso tempo c'è qualcosa dentro di te che ti guida e che ti può portare in luoghi pericolosi". Sia fisicamente che psicologicamente, sostiene il fascinoso Gere.

 

Nel suo ultimo film, 'The Hunting Party', ispirato a una storia vera, Gere interpreta un cameraman molto spericolato che assieme a un giornalista di colore si mette alla ricerca di un pericoloso criminale di guerra bosniaco: "Conosco il mondo del giornalismo e sapevo di che tipo di lavoro si trattava. La caratteristica principale di questo personaggio è essere come certi poliziotti, certi dottori che lavorano al pronto soccorso, persone che hanno una professione che li porta al centro della vita e della morte e che diventano drogati di questa sensazione. Quando ho letto la sceneggiatura - prosegue - ho capito che il cast del film sarebbe stato la cosa più importante: il film vive sul feeling tra le diverse persone, sul loro humour, non sulla sceneggiatura o la storia".

 

Infine, nell'intervista anche una breve nota personale: "Io non ho avuto glamour nella mia vita, ho solo lavorato come una bestia".










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