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'RACCONTI DA STOCCOLMA'

Gli abusi alle donne diventano un film
Ecco la faccia violenta della Svezia

"È un film di denuncia, ma anche d'intrattenimento: un thriller che sposa il punto di vista delle vittime, come quelli di Alfred Hitchcock", dice il regista. La pellicola smentisce lo stereotipo di una Svezia progressista e progredita
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Anders Nilsson Roma, 24 aprile 2008 - "È un film di denuncia, ma anche d'intrattenimento: un thriller che sposa il punto di vista delle vittime, come quelli di Alfred Hitchcock". Parola di Anders Nilsson: il suo 'Racconti da Stoccolma' (in sala il prossimo 30 aprile con 'Teodora', in oltre 20 copie) smentisce lo stereotipo di una Svezia progressista e progredita.

 

Rassicurante ma falso, come dimostrano i fatti di cronaca che hanno ispirato i tre episodi che compongono il film: tutti all'insegna della sopraffazione, domestica ma non solo. "I delitti d'onore hanno destato un forte dibattito nell'opinione pubblica svedese", spiega il regista a proposito della prima storia, la più scioccante: l'uccisione di una ragazza, sospettata di aver violato il rigidissimo codice morale della propria famiglia.

 

"Il filo conduttore che lega gli episodi non è tanto la violenza, quanto il movente: ci sono persone che vivono per l'onore, il rispetto, il controllo. Nel secondo episodio, una giornalista di successo subisce i maltrattamenti del marito che si sente spodestato dal successo della moglie". Ma il film si interroga anche su cosa si è disposti a fare per riacquistare la dignità: "Il terzo episodio, l'unico che non parla di soprusi familiari, finisce con un duello a mani nude, all'antica".

 

'Racconti da Stoccolma' è anche un film di genere: "Per questo il titolo internazionale è 'When Darkness Falls', un verso celtico, e non 'Honour' come avevo pensato all'inizio: altrimenti sarebbe sembrato un documentario sui delitti d'onore, mentre volevo evidenziare l'aspetto thriller, coinvolgere il pubblico, intrattenerlo. Non è stato facile, perché rapine e serial-killer sono più spettacolari di qualsiasi caso di violenza familiare".

 

La scelta di percorrere una strada (e una tematica) poco battuta dal cinema internazionale, è stata promossa da 'Amnesty International', che ha premiato il film al Festival di Berlino dell'anno scorso: e oggi lo sostiene anche in Italia, perché - come ricorda Erika Bernacchi, 'Responsabile del Coordinamento donne dell'Associazione' - "la violenza sulle donne è trasversale, non fa distinzioni di classi sociali, etnie, contesti culturali. In Italia, come dimostra una recente indagine Istat, oltre il 90% delle vittime non sporge denuncia".

 

In Svezia il dato è addirittura superiore: "Ma molte spettatrici mi hanno ringraziato per aver fatto il film", racconta Nilsson, "perché al cinema hanno trovato il coraggio di parlare".

 

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