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AL CINEMA

Il regista Martinelli: "Il mio Carnera?
E' un film sulla riscoperta dei valori"

"Ho cercato di raccontare l'uomo più che lo sportivo. Mi interessava il pugile che credeva fortemente in certi valori: l'attaccamento alla propria famiglia, alle proprie radici, l'orgoglio di essere italiano", spiega il regista

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Una scena del film 'Carnera The Walking Mountain' Roma, 8 maggio 2008 -"In 'Carnera - The walking mountain', come negli altri miei film, ripropongo un tema che ritengo fondamentale: l'assoluta necessità di riscoprire la nostra identità e i nostri valori, che non vuol dire intolleranza ma avere consapevolezza della nostra cultura. Soprattutto in questo momento in cui l'Europa ha smarrito la propria identità e ha abdicato ai propri valori cristiani, fondanti di questa civiltà".

 

Il regista Renzo Martinelli, autore del fortunato 'Vajont', racconta la genesi del film sull'ex campione dei pesi massimi italiano Primo Carnera, detentore del titolo mondiale dal 1933 al 1934 e diventato una leggenda in Italia e tra i nostri immigrati in America. La pellicola, che mantiene il titolo in inglese, lingua in cui è girato (per facilitarne la vendita all'estero), 'Carnera - The walking mountain', interpretato da Andrea Iaia, F. Murray Abraham, Paolo Seganti, Anna Valle, Daniele Liotti e Burt Young, esce domani in 250 sale italiane distribuito da Medusa.

 

"Nel mio film ho cercato di raccontare l'uomo più che lo sportivo - spiega il regista -. Mi interessava l'uomo che credeva fortemente in certi valori: l'attaccamento alla propria famiglia, alle proprie radici, l'orgoglio di essere italiano. E poi la capacità di sacrificare se stesso perché i propri figli potessero avere un avvenire migliore. Ma soprattutto - aggiunge - un uomo che aveva capito che la sconfitta è tale solo se si rimane al tappeto. Io trovo che questa sia una straordinaria metafora della vita".

 

Primo Carnera, friulano, classe 1906, emigrò giovanissimo in Francia, a Le Mans, dove lavorò in un circo che lo esibiva come fenomeno essendo alto oltre due metri (da qui il soprannome di 'montagna che cammina'). Lì fu notato da Leon See, il più famoso manager di boxe che lo allenò fino alla conquista del titolo mondiale nel 1933, quando al Madison Square Garden sconfisse Jack Sharkey. Rimase campione solo per un anno, ma il suo mito non è ancora tramontato. "Ho cercato di far capire perché un campione che ha avuto una parabola sportiva così effimera sia entrato nella leggenda - dice il regista -. La spiegazione si trova in un proverbio arabo: gli uomini assomigliano più al loro tempo che al loro padre. Non si può capire Carnera senza collocarlo negli anni '30, quelli che lo storico del fascismo De Felice chiamava 'gli anni del consenso', quando tutti erano fascisti e gli oppositori in carcere erano 130 su una popolazione di 50 milioni di abitanti. In quest'epoca di grande umore collettivo proiettato verso il movimento fascista, quando la statura media era 1,63 nasce un gigante di due metri e cinque. È evidente che il fascismo lo usa e lo strumentalizza contribuendo a farne un mito".

 

La fama ancora non tramontata di Carnera, spiega ancora Martinelli, è legata anche alla sua origine: "Era immigrato, figlio di immigrati, poverissimo come migliaia di italiani che in quel tempo andavano in America in cerca di fortuna. Il fatto che uno come lui riuscisse a conquistare il titolo mondiale - aggiunge - fece sì che diventasse un simbolo e fosse proiettato nella leggenda. Una popolarità che negli Usa si è tramandata di padre in figlio al punto che nell'anteprima del film al Madison Square Garden erano presenti oltre 4mila italoamericani che si sono commossi. Stessa cosa - aggiunge con orgoglio il regista - è accaduto alla figlia Giovanna che, in lacrime alla fine della proiezione, mi ha detto che ero riuscito a rendere la vera umanità del padre".

 

Il cinema è popolato da grandi pellicole sulla boxe. Perciò Martinelli, pur non essendo interessato a fare un film su questo sport, ma di 'Carnera' ha visionato tutti i lavori dei colleghi più famosi, da 'Toro scatenato' di Scorsese ai vari 'Rocky' di Stallone, ad 'Alì' di Michael Mann. "Non ho voluto scimmiottare nessuno e, soprattutto per le scene di boxe, ho cercato uno stile di ripresa che fosse mio, particolare - spiega -. Ho visionato tutti i filmati degli anni '30 e sono partito da quelli: allora le telecamere erano a bordo ring e riprendevano i pugili con tre obiettivi, un 25mm un 35mm e un 50mm. Così ho fatto anch'io, riprendendo tutto da fuori, anche se ho usato teleobiettivi molto più potenti, da 135mm fino a 800mm. Ho creato uno stile molto particolare che è l'occhio dello spettatore che osserva il match".

 

Il film di Martinelli, che è anche produttore insieme a Rti, esce domani al cinema; poi sarà distribuito in home-video e approderà a fine anno in tv, su Canale 5, in una versione più lunga ("ricavata da tutto il materiale girato, circa 100mila metri di pellicola", spiega il regista) che sarà trasmessa in due puntate da 100 minuti l'una. 










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