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"IL PAPA' DI GIOVANNA"

Pupi Avati: "Avrei voluto essere io
il padre che racconto nel nuovo film"

Il film racconta l'amore di un padre nei confronti della figlia, rinchiusa dopo un omicidio in un ospedale psichiatrico. Pupi Avati: "Ho scelto di ambientare questa tragedia di ragazze nella mia casa d’infanzia"

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Ezio Greggio, Francesca Neri e Silvio Orlando in una scena del film 'Il papà di Giovanna' Roma, 5 giugno 2008- C’è un luogo, e un tempo, nel quale l’immaginazione vola al massimo. Pupi Avati ne è convinto, così com’è convinto che quel luogo, e quel tempo, siano per lui Bologna, la sua Bologna, e gli anni della sua infanzia. Così, per il suo 36°film, ha fatto ricostruire la casa dove viveva da bambino con la famiglia, in via San Vitale 51. Anche se la storia, che si sviluppa dal 1938 al 1954, non è autobiografica e rimanda a terribili fatti di cronaca dei nostri giorni.

 

'Il papà di Giovanna', attualmente a fine lavorazione e sugli schermi a settembre, racconta di una ragazza piuttosto bruttina (Alba Rohrwacher) che ammazza, per gelosia, una compagna di scuola. Il racconto parte da qui, per affondare poi lo sguardo nel rapporto profondo, d’amore e protezione, che si sviluppa tra il padre (Silvio Orlando) e sua figlia, rinchiusa dopo l’omicidio in un ospedale psichiatrico. Un amore, quello del padre, venato anche da forti sensi di colpa perché, professore in un liceo, aveva promesso ad un alunno buoni voti purché avesse corrisposto alla simpatia della figlia.

 

"Quello di padre è un mestiere difficile, quasi impossibile. E anche il mio personaggio è in realtà tutt’altro che un padre perfetto", dice Silvio Orlando. Nel ruolo di sua moglie, Francesca Neri, che confida di avere avuto difficoltà a entrare nella parte di una madre così, una madre che abbandona la figlia. "Mi ha aiutata Pupi. Per questo film, non mi è servita la mia esperienza di madre. Ho fatto riferimento, piuttosto, al rapporto con mia madre e, dopo anni di analisi, proprio con questo film ho risolto molte cose". Nella parte di un ispettore di polizia, vicino di casa e amico di famiglia, Ezio Greggio al suo primo ruolo serio.

 

Avati, ancora Bologna e gli anni 30-50?
"Mi sono fatto un regalo per i miei primi quarant’anni di cinema. Il prossimo 12 settembre saranno, infatti, quaranta anni esatti. Ricordo bene quel giorno, a Cinecittà, con mio fratello Antonio, per l’inizio delle riprese di 'Balsamus'. Mi ero anche vestito alla Blasetti, con sahariana e stivaloni. Poi, pur avendo provato tanto a dire "motore, azione, ciak", quando è stato il momento, ho detto "ciak". Nell’imbarazzo generale, Delli Colli mi prese sotto braccio e mi disse ’Nun te preoccupà, il film te lo famo noi'".

 

Che regalo si è fatto?
"Ho fatto ricostruire esattamente la casa della mia infanzia. Gli scenografi sono andati lì, hanno fotografato tutto e lo hanno ricostruito uguale. Non credo che altri abbiano avuto questo privilegio".

 

Tornatore per 'Baarìa' ha fatto ricostruire tutta la Bagheria della sua infanzia.
"La mia, è una ricostruzione fedelissima, ed è stato davvero commovente ritrovarmi nella casa dove sono cresciuto, dove è nato mio fratello. La casa di gente modesta, in una Bologna povera. Questo perché mi sono accorto che nella casa della tua infanzia puoi contestualizzare qualsiasi storia, perché lì la tua immaginazione è al massimo. E io ho immaginato qui una figura di padre che non sono io. Quello che succede in questo film, è inverosimile se lo rapporto alla mia vita, ma mettendolo dentro alla casa della mia infanzia è diventato possibile. Mi sono commosso molto mentre scrivevo la sceneggiatura, e anche dopo, mentre giravo. E’ un film che ha un grande cuore".

 

Ha pensato anche a fatti di cronaca nera dei nostri giorni?
"Certo. Garlasco, Perugia, Novi Ligure: quanti delitti efferati commettono i giovani? Veniamo a conoscenza del crimine, ma non sappiamo nulla di cosa accade in quelle famiglie quando si chiude la porta di casa. Il padre del mio film, è un padre meraviglioso. Mi sarebbe piaciuto essere un padre così. Mia moglie mi rimprovera di essere un padre che comunica sogni. Ma io trovo che il presente sia troppo privo di attese e di sogni, soprattutto per i giovani".

 

Il film andrà a Venezia?
"Sono stato sei, sette volte alla Mostra e ogni volta il film ne ha tratto vantaggio. Lo presenterò ai selezionatori e, se verrà scelto, ne sarò davvero contento". 

di Beatrice Bertuccioli










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