Ancora polemiche per 'Miracolo a Sant'Anna'. Perché, in un film di fantasia, seppure intorno a una guerra, metterci dentro un episodio vero, la più tremenda strage nazista, l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema - in cui le SS uccisero a sangue freddo cinquecento vecchi, donne e bambini - risolvendolo in 5 minuti?
Roma, 2 ottobre 2008 - Spike Lee, guru del cinema americano ‘black’, dice di aver voluto fare un film di fiction. Nato da un romanzo di fiction. Parliamo di 'Miracolo a Sant’Anna', girato tra le Alpi Apuane con il fondamentale apporto della Film commission toscana, e in uscita domani in tutta Italia tra un fuoco incrociato di polemiche. Racconta di un gruppo di soldati neri americani finiti in mezzo a una guerra che non è la loro. Ma che è la nostra. Quella con cui abbiamo fatto i conti, da quando siamo nati. Quella dei nostri padri, dei nostri nonni. Ma Spike Lee dice di avere fatto fiction. E allora la domanda è: perché, in un film di fantasia, seppure intorno a una guerra, metterci dentro un episodio vero, la più tremenda strage nazista, l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema — in cui le SS uccisero a sangue freddo cinquecento vecchi, donne e bambini — ma risolvendolo in cinque minuti, buttato là, una qualunque tra le altre scene d’azione del film? Dal punto di vista dello spettatore, è come se in un film dal titolo 'Miracolo a Gerusalemme' si vedesse la Passione di Cristo, ma in cinque minuti, inserita in un contesto di tensioni fra antichi Romani ed ebrei, che occupano tutto il film.
Non poteva lasciar stare i morti di Stazzema? Ma Spike Lee dice che ci fa un piacere: "Quella storia in realtà non la ricorda nessuno», ha detto anche ieri, in conferenza stampa. «Io vi stimolo a riscoprire la vostra storia". Insomma, secondo lui ce la siamo dimenticata, questa storia. Il che può anche essere vero. Ma che ce lo dica Spike Lee, e con un film molto approssimativo su partigiani, fascisti e popolazioni civili italiane, ci rende un attimo perplessi.
Su questa storia 'dimenticata' ha indagato la magistratura fino all’anno scorso. E il tribunale militare della Spezia ha stabilito, con tre gradi di giudizio, che si trattò di terrorismo pianificato. Di una strage pensata a tavolino, per sterminare la popolazione di un paese e rompere ogni collegamento tra civili e partigiani. Nel film, la storia è diversa. Un ufficiale nazista chiede "dove si nasconde il capo dei partigiani?". Quelli non glielo dicono, e parte la smitragliata.
Enrico Pieri, uno dei pochissimi sopravvissuti alla strage, all’epoca aveva 12 anni. Ne ha 76 oggi. Ha visto il film, e alla fine era molto scuro in volto. «Non lo riconosco, non riconosco quello che ho visto, quello che ho vissuto», dice. E poi non vorrebbe dire altro. L’associazione dei partigiani, l’Anpi, dice che avrebbe voluto collaborare col regista, mettersi a disposizione. Ma non sono stati mai contattati. Hanno anche chiesto di vedere il film in anteprima, senza che sia stato loro concesso. Spike contrattacca: "Nessuno di loro mi ha cercato. E comunque, perché avrei dovuto far vedere il film in anteprima? Per cosa? Non permetterei a nessuno di venirmi a dire come fare il mio film".
Su questo ha ragione. Il film è suo, e non è un documentario. Forse, però, non gli sarebbe costato niente collaborare di più, mettendo in chiaro che il regista è lui, e lui soltanto. Spike Lee, deciso, conclude: "Se il mio film fosse così sbagliato verso la Resistenza, forse il Presidente della Repubblica italiana non mi avrebbe chiesto di vederlo".
Ma soprattutto, diciamo la verità: il film non è su Sant’Anna di Stazzema. E neanche, in fondo, sulla Resistenza. Lui voleva parlare dei soldati neri. Del contingente dei Buffalo Soldiers mandati in guerra, in Italia, da ufficiali bianchi che li disprezzavano, e li mandavano a morire considerandoli poco più che niente. L’Italia, in questa storia, è poco più che scenografia. Il legame di Spike Lee con la Toscana, con l’Italia, con la nostra storia, giustamente non c’è. E si vede.
Tra i protagonisti, Pier Francesco Favino. Che ha vissuto le polemiche forse ancor più di Spike Lee. "Per me questo è un film importante. Nessun regista italiano mi avrebbe offerto le due righe di copione con cui esordisce il mio personaggio. Sono un partigiano che dice: ma quale differenza c’è, tra noi e loro, tra partigiani e fascisti, davanti a Dio? Nessun regista italiano, credo, avrebbe avuto il coraggio di scrivere una battuta del genere, per paura di essere accusato di revisionismo". Per le nuove polemiche, avanti c’è posto.
di Giovanni Bogani