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IL FESTIVAL DI TORINO

'Die Welle', ragazzini a scuola di nazismo

In gara il discusso film del tedesco Dennis Gansel ispirato a un drammatico esperimento. Fuori concorso 'Katyn', candidato dalla Polonia all'Oscar, che sarà distribuito in Italia a gennaio

                                                            dall'inviato Silvio Danese

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Nanni Moretti (Ansa) Torino, 24 novembre 2008 - Mentre sotto le finestre del Festival di Torino passano cortei spontanei di studenti, ragazzi un po’ mesti, un po’ incazzati, che intonano slogan alla memoria di Vito, del liceo Darwin, in sala passa la classe di Die Welle (L’onda, in concorso), il discusso film del tedesco Dennis Gansel ispirato a un esperimento didattico, provocatorio, dimostrativo, dai risvolti drammatici. Nel 1967, per tentare di esemplificare i meccanismi della dittatura, il professor Ron Jones chiede una settimana “a tema” per formare un movimento, proclamandosi leader indiscusso, alla Cubberley Highschool di Palo Alto, in California. A un certo punto, fermare la fiducia e l’istinto gregario dei ragazzi diventa molto difficile. Sull’evoluzione e le conseguenze c’è il libro di Morton Rhue The Wave, del 1981. Gansel ha riscritto la vicenda captando e girando alla sua sceneggiatura le diverse chiavi di lettura nel contesto della storia tedesca.

Autocrazia. Annoiati, innamorati, afflitti da solitudine, incompresi o indifferenti ai genitori, i liceali che partecipano alla settimana tematica del prof Wenger non appartengono a bande. Accettano il patto iniziale per gioco, eleggendo il prof come Fuhrer, ma non sfugge alla cinepresa di Gansel, sui volti scettici, curiosi o ispirati dei ragazzi, l’ambiguità dell’affidamento pronto a diventare fede, della dipendenza pronta a diventare scopo, ordine, proselitismo, militarismo, impresa. Il rischio di inverosimiglianza è fugato da un sapiente utilizzo degli esclusi. Mentre si decide di portare la camicia bianca, per riconoscersi e, semplicemente, sentirsi un gruppo, Christiane rifiuta e si prepara a segnalare l’inarrestabile nascita di una minuscola, ma completa setta (con marchio, saluto, autodifesa). Anche se il finale tragico sposta nella fiction i problemi reali, si fa esperienza almeno di un difetto enorme del cervello umano (lo segnalano, inascoltati, i neurofisiologi da quando lo hanno scoperto): la natura rapida, acritica, del gregariato di singoli in cerca di finalità. Nel film si cita il nazismo. Ma non è difficile ricordare, insieme ai 35mila iscritti al partito neonazista, il successo nei Laender orientali del partito Die Linke, che viene dagli ex della Ddr. «Mi sono sempre chiesto se possono accaderci ancora cose simili - dice il regista -, nella Germania di oggi, così liberale e progressista, una realtà in cui passiamo ancora tanto tempo a parlare di nazismo e Terzo Reich? Potremmo cascarci di nuovo? Era una domanda così affascinante che ho voluto andare fino in fondo». In uscita in Italia a marzo.

Sarà distribuito in Italia (a gennaio) anche il lungometraggio di Andrzej Wajda Katyn, presentato in replica, dopo l’anteprima berlinese, qui a Torino, fuori concorso, e candidato polacco all’Oscar per il miglior film straniero. E’ il resoconto della deportazione e dell’assassinio di quindicimila ufficiali polacchi deportati e assassinati da Stalin nell’aprile 1940 dopo l’accordo Ribbentrop-Molotov, strage mistificata dal regime sovietico come sterminio nazista, spostando la data (1941), censurando documenti, uccidendo gli onesti. Nella ricostruzione cinematografica di Katjn, dai documenti venuti alla luce nel 1989 e dal romanzo Post mortem di Andrzej Mularczyk, Wajda si prende il tempo giusto per considerare questa fabbrica della morte che eliminò avvocati, medici, politici, insegnanti, ingegneri, gli intellettuali che potevano ostacolare il progetto di potere sulla Polonia. Assente Wajda, la distribuzione ha mandato avanti la dolcissima, piccolina Wicktoria Gasiewska che intepreta Nina, la figlia dei due protagonisti che riprendono, in realtà, la vicenda del padre e della madre di Wajda. «La mia mamma - dice Wicktoria - mi aveva preparato dicendomi che avrei partecipato a un film su fatti terribili, ma che sono ormai passati e che non possono più accadere».

dall'inviato Silvio Danese










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