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In concorso a Venezia la sorpresa 'The Ditch' e Gallo il 'talebano'

Il regista polacco Jerzy Skolimowski presenta 'Essential Killing', film sui prigionieri che dall'Afghanistan vengono estradati nelle carceri segreti della Cia. Nella sezione Controcampo il documentario sull'Iraq della Maggioni

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Venezia, 6 settembre 2010 - A Venezia torna in concorso il maestro polacco Jerzy Skolimowski con 'Essential Killing', film sulla guerra in Afghanistan ma senza scene di guerra. La pellicola infatti è girata in Polonia perché la guerra ai talebani ha un lato oscuro che si chiama carceri segrete della Cia in Europa, di cui i governi dicono di non sapere nulla. Il film trasforma Vincent Gallo in un afghano rapito dalle forze Usa che, da un’ora all’altra, si ritrova dai deserti vicino Kabul a lottare per la sopravvivenza in una foresta innevata della Polonia.

Mohammed, ovvero Gallo, viene rapito, torturato e poi trasportato in Polonia, verso una delle carceri segrete Cia. Ma il mezzo su cui viaggia con i soldati e altri detenuti ha un incidente, e riesce a sfuggire. E comincia così la sua lotta per sopravvivere a freddo e neve, agli inseguimenti di un esercito che non esiste, agli animali selvaggi, alla fame.

"Non ho voluto raccontare i fatti precedenti al suo arresto, nè inserire osservazioni politiche al riguardo - dice il regista in conferenza stampa - ma solamente volere mettere in scena la lotta di un uomo solo contro tanti, e contro la natura che lo circonda. Non sappiamo se è innocente o colpevole, potrebbe anche anche essere un uomo innocente che si trova al posto sbagliato".

Ma Mohammed si trova ad uccidere dei soldati americani lungo la sua fuga: "Fa parte del suo istinto di sopravvivenza, la sopravvivenza è essenziale, e per questo si può anche uccidere". Vincent Gallo, che nella pellicola non pronuncia neanche una frase, "si è autotorturato per tutte le riprese del film, soffrendo il freddo e la fame, senza avere alcuna vita sociale", spiega il produttore Jeremy Thomas.

Il film comunque sembra prendere una posizione negativa nei confronti degli americani. "Sappiamo tutti che l’esercito americano è il più potente al mondo, allo stesso tempo ogni loro missione si è sempre complicata a dismisura: il Vietnam, l’Iraq, l’Afghanistan... ci deve essere qualche debolezza all’interno della loro organizzazione - dice -. Ma mi ripeto, non volevo fare un film politico, ma parlare solamente della resistenza umana, raccontare la storia di un uomo scalzo, in catene, in lotta contro il mondo".

IL DOCUMENTARIO - Altra guerra quella raccontata dalla giornalista Monica Maggioni nel suo documentario 'Ward 54' sulla piaga dei suicidi al ritorno dalla guerra in Iraq per la sezione Controcampo. La reporter è sbarcata al Lido con il protagonista, il soldato dell’esercito americano Kristofer Goldsmith. Il militare 25enne al suo ritorno dal Golfo si è ammalato Ptsd, il disturbo post-traumatico da stress, e ha tentato il suicidio. Per questo l’esercito non lo ha congedato con onore e così non ha potuto avere la borsa di studio per terminare l’università. Il suo sogno è fare il medico dei veterani e ora sta combattendo una battaglia contro l’esercito.

FILM A SORPRESA - Svelato poi il il 'film a sorpresa' in concorso a questa 67/ma edizione: 'The Ditch', debutto nella fiction del documentarista cinese Wang Bing. È la storia di un 'gulag' cinese nel Deserto dei Gobi negli anni Cinquanta, dove migliaia e migliaia di dissidenti venivano costretti a sopportare condizioni disumane.

Un film scomodo, prodotto grazie a capitali europei e, a quanto pare, addirittura girato in 'clandestinità' per molti anni: "Ho iniziato a lavorarci nel 2004 e ho finito le riprese solamente nel marzo del 2010 - spiega il regista -. La prima difficoltà è stata quella di ricreare un periodo storico in modo veritiero, fornire una realtà storica nonostante il fatto che io non fossi ancora nato in quegli anni. Il secondo problema - aggiunge - è stato rappresentato dai finanziamenti, che ho raccolto grazie a società francesi e belghe. E poi, non è stato facile girare nel Deserto dei Gobi, che è un luogo assolutamente inospitale".

Il regista non è preoccupato se il suo film sarà censurato del governo di Pechino. "Non mi importa se il film non verrà mostrato in Cina, questo non è un film di protesta o di denuncia, bensì lo reputo un film costruttivo, creato per cercare di ricordare, e per restituire uguaglianza e dignità - dice -. La cosa più importante è che esista e venga mostrato. Credo - conclude - che sia importante riflettere sul passato della società cinese, sul senso della nostra storia. Raccontare le sofferenze di un popolo, non può fare che bene al suo futuro, e far riflettere sul suo destino".

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