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Nel suo film 'In the land of blood and honey' l'attrice racconta i tre anni di guerra in Bosnia attraverso l'amore fra la mussulmana di Sarajevo Ajla e Danijel, ufficiale serbo restio a seguire fino in fondo l’odio etnico ereditato dal padre istillato
Berlino, 10 febbraio 2012 - GLI STUPRI non sono facili da mostrare sullo schermo, né i rastrellamenti, né i massacri di neonati; si rischia il déjà vu, lo stantio. Anche per questo chi volesse liquidare 'Nel paese del sangue e del miele' ('In the Land of Blood and Honey') come un Giulietta e Romeo sullo sfondo della guerra seguita allo sfaldamento dell’ex Jugoslavia sbaglierebbe. Con la tipica assenza di ideologia che sanno sfoderare gli americani e con quell’entusiasmo che vivifica opere acerbe, Angelina Jolie realizza il suo primo film, uno dei migliori dedicati al quel recente conflitto, sicuramente il più sincero. Non ci sono sottintesi né giochi di equilibrio: il film va dritto dove l’idea iniziale lo vuole condurre: sintetizzare tre anni di guerra nella narrazione di un amore intenso assoluto - date le circostanze spesso irrazionale - che lega la giovane mussulmana di Sarajevo Ajla a Danijel ufficiale serbo, restio a seguire fino in fondo l’odio etnico che il padre militare gli ha istillato.
FORSE sarebbe il caso di domandarsi perché molte star di Hollywood, (da Sean Penn a Brad Pitt) abbandonato l’altezzoso narcisismo, stanche di essere tutt’al più testimonial di pur nobili cause, si sono gettate nella mischia personalmente e con fermezza affrontano temi e problemi che governanti, privi di carisma e autorevolezza, scansano senza pudore. Ma tant’è.
ANGELINA Jolie anni fa scopre le atroci vicende della guerra di Bosnia: si vergogna di saperne così poco e con ardore si mette al lavoro per conoscerle meglio e farle conoscere con i mezzi a lei più vicini: le immagini cinematografiche. Firma la sceneggiatura, cerca un regista ma poi si convince di fare tutto da sola. La Berlinale ha presentato ieri Nel paese del sangue e del miele' fuori concorso ma sulla carta il film non avrebbe sfigurato nemmeno in competizione. L’attrice mostra di cavarsela bene, di avere appreso la lezione dei registi che ha frequentato (da Eastwood a Winterbottom).
NELL’ESTATE del ’92 Ajla e Danijel ballano spensierati senza percepire i segni della tragedia. Dopo poche ore iniziano le fucilazioni, le deportazioni di donne e bambini, gli stupri pubblici (sotto gli occhi di madri e figli) di massa, come se l’odio etnico sopito dal tallone degli imperi e dalla utopia delle ideologie si fosse improvvisamente risvegliato. Ajla ha la passione della pittura, Danijel è un militare senza convinzione. Mai si sarebbero immaginati di ritrovarsi nel medesimo quartiere generale come aguzzino e prigioniera. I sentimenti cambiano di segno, si rovesciano ma tengono legata la coppia al tragico destino. Ogni guerra, anche la più atroce, può insegnare qualcosa. Qui la speranza di verità, antidoto ai veleni di domani, è racchiusa nelle parole pronunziate da Danijel: "Sono un criminale di guerra".
Andrea Martini