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Quel Sorpasso 50 anni dopo
La Spaak: "Lacrime sul set"

"Non era un cinema per donne. E Gassman mi maltrattava"

Era una ragazzina, all’epoca, Catherine Spaak. Diciassette anni, una bellezza da far impallidire Brigitte Bardot

di Giovanni Bogani

Immagini tratte dal film il Sorpasso
Immagini tratte dal film il Sorpasso

Roma, 24 giugno 2012 - ERA UN ALTRO mondo. O forse no. Era un altro mondo perché il Ferragosto del 1962, a Roma, sembrava di essere sulla Luna. Vittorio Gassman che cerca un telefono, un bar aperto. E non lo trova. Arriva alla Balduina. Incontra Jean-Louis Trintignant, studente di Legge, camicia e pantaloni lunghi. Che offre a Bruno il telefono di casa. Si parte. L’Aurelia sapeva di pini e di mare, oggi ci sono le prostitute ai bordi della strada, sistemate sulla seggiolina. Allora c’erano le trattorie alla buona, il vino nel fiasco di paglia, le osterie con la zuppa di pesce. Ora ci sono discariche sfinite, altre che dovrebbero nascere. Prima, soprattutto, c’erano i sogni e le speranze di un’Italia cialtrona, ma ottimista. Allegra, convinta di farcela. Ora c’è la crisi vera come un ronzio continuo nella testa di tutti.


Era una ragazzina, all’epoca, Catherine Spaak. Diciassette anni, una bellezza da far impallidire Brigitte Bardot. Anche perché era una bellezza “moderna”, agile. Lei, figlia di un’attrice e di uno sceneggiatore, nipote di un primo ministro belga, si affacciava a quel mondo del cinema, e a quella Italia. Lei, quel film, non lo rivede spesso. Anzi, non lo rivede mai. Come fa per tutti gli altri film che ha interpretato. Sano atteggiamento, per poter guardare sempre al futuro, e non rimanere intrappolati nell’ombra del passato. Quando la raggiungiamo al telefono, Catherine Spaak - adesso splendida signora di 67 anni, madre di due figli, autrice di numerosi romanzi, e tornata da poco al cinema con “I più grandi di tutti” di Carlo Virzì - ricorda quel film, quell’Italia.


Signora Spaak, cominciamo dal mondo che “Il sorpasso” racconta. Quanto era diverso da ora?


«C’era una differenza enorme con il presente. C’era il boom, l’euforia generale. E poi tutto era più vuoto, più grande, c’era più spazio. C’era più aria, lo sguardo poteva andare più lontano».


Com’era quel set?


«Vuole la verità? Non era semplice. Il cinema era una faccenda di uomini. Come lo era la società. Ed è un errore pensare che il mondo del cinema fosse più aperto, libero da pregiudizi. In quel mondo, di femminile c’erano la sarta, la segretaria di edizione e poi l’attrice. Che non era affatto considerata bene».


Come la trattavano i suoi partner nel film, Trintignant e Vittorio Gassman?


«Trintignant era un gran signore, educato, gentile, ironico. Come del resto Dino Risi, il regista. Vittorio era invece un uomo molto timido. E come tutti i timidi che vogliono apparire disinvolti, e magari conquistatori, diventava aggressivo e prepotente».


Con chi?


«Con me. Aveva un atteggiamento piuttosto arrogante. Non tanto in quel film, quanto nel successivo “L’armata Brancaleone”, che per me fu un vero incubo. Quando arrivava sul set, Gassman mi insultava. Per scherzo, certo. Mi chiamava come si può immaginare. Per far ridere la troupe. Ma io ero molto, molto stressata».


Non fu esattamente una passeggiata, quel film…


«Per me fu solo lavoro duro. Ero giovanissima, non parlavo ancora bene l’italiano. Andavo a letto presto, e le sere le passavo a studiare il copione».

di Giovanni Bogani
 

 

 

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