Paolo Conte: "Io, maldestro sognatore di vecchi balli"
Il cantautore pubblica 'Nelson', un nuovo almbum con quindici inediti con cadenze spagnolo, inglesi, la Francia al femminile e la Napoli di 'Suonno'. Ed è pronto anche al tour
Milano, 12 ottobre 2010 - Ville e parchi d’altri tempi. Gli anni Venti e Trenta, con l’appendice già post moderna dei ’50 e ’60, il set ideale per il nuovo Paolo Conte. Villa Necchi Valsecchi, in via Mozart, ha le geometrie, i legni, le prospettive di vetro per il conte Paolo, mezzobusto nelle nouances del grigio, pantaloni da gentiluomo di campagna, mocassini noir. Il maggiordomo “Jeeves” di Wodehouse avrebbe notato e approvato soprattuto il grigio fra cielo e mare di una polo senza tempo. Da Genova per noi, Basso Piemonte e dandy da orchestrine da ballo che contrabbandavano il jazz.
L’album è dedicato a “Nelson”, il «bellissimo, grosso cane che è stato con noi per dodici anni. Un pastore francese (Bergers de la Brie?), quello nero e pelouche in una copertina (fauve?), i colori del mio ultimo periodo astratto. Carattere difficile, con discreto orecchio musicale. Io suono e scrivo di notte e lui si accucciava al mio fianco. Quando dicevo la frase scaramantica che ogni volta annunciava la fine, lui si alzava e aspettava che io gli aprissi la porta. La frase? Un segreto, da una canzone americana di Fats Waller».
Quindici inediti come agnolotti annegati nella barbera, perché in questo album scorre sangue blue e vino rosso. Le radici sono quelle dei vignobles fra Monferrato e Langa, il nebbiolo duttile e durevole. La complessa semplicità, ferma o gassosa, della barbera. I luoghi della sua lunga adolescenza, fino allo sgocciolare dei primi ’70, in “L’orchestrina”, «dedicata a un amico vero, Dino Crocco, che faceva il caporchestra nel dopoguerra. Io che avevo suonato jazz li seguivo per vedere cosa girava intorno a suonatori e ballerini. Che ho sempre ammirato da maldestro, costretto dal mezzo e il fine su una mattonella. E “Mambo” è un’altra storia di quel mondo».
Dice che dopo le cose scritte da ragazzo per Gipo Farassino, raramente ha parlato del vecchio Piemonte: «In “Genova per noi” e “Il Diavolo Rosso”, ciclista eroico di contrabbando e frontiera. Qui le “Galosce selvagge”, l’eleganza di chi passeggia di notte sul selciato (bagnato) della città finchè il sole gli arride con una “Funiculì funiculà” tenorile...», paesaggio urbano e provinciale che solo i dagherrotipi e gli scatti in bianco e nero ci fanno ricordare. Lui che non parla mai di sè, in prima o terza persona, lancia sguardi complici a “Nina”, “Tra le tue braccia” e “Storia minima”. Per l’estate, l’inverno e le mezze stagioni. Storie d’amore immobile e soprammobile, nel tinello dei suoi primi dischi. Perché tutto gira sui solchi di vinile come se le trombe e i clarinetti, i sassofoni, i violini e le chitarre, l’accordeon e lo xilofono uscissero da un’orchestrina di classico hot jazz. Fino alla proiezione contemporanea di “C’est beau”, con le voci di Laura Conti e Jino Touche, mentre Paolo invoca il Grande Spirito di Manitou. “Enfant prodige” è per l’altra metà dell’anima, un’interprete donna. Cajun e marcetta sudista è il rito animista di “Sotto la luna”. “Suonno e’ tutt’ o’ suonno” napoletano come “Naufragio a Milano”, con licenza, «che asseconda le astrazioni di cadenze squisitamente spagnole. Inglesi sono le atmosfere di “Sarah” e “Bodyguard for myself”». La musica di plastica, New Age, che la “Massaggiatrice” mette in sottofondo è un leggero battito di ciglia e di disgusto.
Tutto dedicato a Renzo Fantini, l’amico e manager, con un grazie a chi resta: Rita. Anche il suo pianoforte alza la coda e tradisce un sincopato e preoccupato sentimento. “Clown” è mimica, parole e musica, come “Max”, «il rapporto fra artista e pubblico, sensibilità e insensibilità, dare e ricevere. Il gioco di correnti, elettriche e d’aria, fra palco e platea». L’ultima dedica è ai presenti, dalla Settimana Enigmistica: «Chiedere a un autore cosa pensa dei critici è come domandare a un lampione cosa pensa dei cani». E sorride sotto baffi di more, di burro e lamponi.
di Marco Mangiarotti
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