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Sanremo non canta più per l'Italia

SCOMPAIONO anche i fiori, ridotti da ghirlande a bouquet. E’ un segno dei tempi, nei primi anni Cinquanta c’erano più petali che spettatori, i cantanti erano solo due per tutte le canzoni e si mangiava nel piccolo salone...

Marco Mangiarotti (Newpress)
Marco Mangiarotti (Newpress)

di Marco Mangiarotti

SCOMPAIONO anche i fiori, ridotti da ghirlande a bouquet. E’ un segno dei tempi, nei primi anni Cinquanta c’erano più petali che spettatori, i cantanti erano solo due per tutte le canzoni e si mangiava nel piccolo salone del Casinò. L’Italia del primo dopoguerra festeggiava  via radio e cinegiornali Incom la sua ritrovata ma sobria voglia di vivere. Non era un Paese per vecchi e neppure per giovani: era un Paese per ricchi. Gli unici che potevano permettersi un grand hotel sulla Riviera. Tutto si svolgeva in pochi alberghi e restaurant, noi ci sentivamo, davanti all’apparecchio radio pù lontani che vicini.

POI LA TV CI MOSTRÒ quanto erano piccoli i nostri sogni, arrivavano i paparazzi e la dolce vita, il divismo de noantri, gli scoop dei rotocalchi, più giovani amori. “Volare” di Modugno ci lanciò come un razzo fatto in casa negli anni del boom e del sorpasso, Sanremo rimaneva ancora un posto per ricchi ma l’industria discografica aveva un portafoglio largo e bastava per tutti. Gli urlatori sfidavano i melodici, i ragazzi del beat i cantautori. Era un’Italia dialettica, divisa da un antagonismo fra generazioni che era culturale, di costume e politico. Ognuno si ascoltava la sua musica, da Celentano a Claudio Villa. Furono gli ultimi anni in cui il festival si specchiava in un Paese reale. Il declino degli anni Settanta certificava lo strappo e la fine di una stagione rivoluzionaria solo nel privato. Poi iniziarono gli anni dello spreco, i magnificici Ottanta, i crepuscolari Novanta, il gran ritorno del Terzo Millenio, con i compensi milionari, in euro, i cachet fuori controllo agli ospiti italiani e stranieri, interi format che traslocavano a Sanremo.

DA QUEST’ANNO, con l’ultima inutile follia di Adriano Celentano, la sfida alle leggi di gravità con uno show cacciato a forza dentro uno show più importante, che è anche la gara più amata dagli italiani. Ora la parola passa al barbiere, barba e capelli per tutti. Vorremmo un Sanremo più sobrio, ricco di talento, creatività, idee. Buone canzoni. Bastano e avanzano (anche se non si butta nulla). E un direttore artistico più tecnico, inserito nella struttura Rai. La padrona di casa. Senza i suoi dirigenti in prima fila.


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