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Venti minuti di applausi: Rota, Strauss, poi l'omaggio al presidente Napolitano con 'La forza del destino'
di Enrico Gatta
Roma, 25 aprile 2012 - UNA FESTA di quasi venti minuti di applausi ha accolto lunedì al Teatro dell’Opera di Roma l’avvio della tournée italiana di Riccardo Muti con la sua Chicago Symphony Orchestra. Un’orchestra eccezionale, una formazione di extraterrestri, si direbbe, tanto sono bravi tutti, e se non fossero invece musicisti tanto esperti in umanità. Un concerto emozionante, tipico del genio di Muti: di quei concerti cioè, che nuovi già nella concezione del programma, risultano capaci di ribaltare opinioni consolidate.
FATTO sta che lunedì, nella sala del Costanzi illuminata a giorno, al termine della Quinta di Shostakovich, il pubblico non si stancava di chiedere un bis. Muti lo ha concesso, ma ha voluto spiegarne il perché. "Dopo questo finale della sinfonia di Shostakovich, che è così trionfale ma anche sarcastico, così pieno di risvolti politici e sociali, non si dovrebbe fare un bis. Ma stasera abbiamo in teatro il presidente della Repubblica, ministri e rappresentanti del governo, in palcoscenico ci sono la bandiera italiana e quella americana e quindi un bis possiamo farlo… ma soltanto un bis che abbia significato, come quello del coro 'Va pensiero' che abbiamo fatto l’anno scorso. E dunque la sinfonia della 'Forza del destino' di Verdi, che tanto ha fatto per rendere la nostra patria unita". "Come scrisse D’Annunzio - ha continuato Muti - Verdi 'pianse e amò per tutti' e ha fatto sì che il mondo guardasse e ancora guardi al nostro Paese con gratitudine e devozione. Per questo dedichiamo questo bis a lei, signor Presidente, e all’Italia". Un’esecuzione incandescente della sinfonia della 'Forza del destino' ha così concluso un percorso musicale già di per sé straordinario, apertosi con la scoperta della suite sinfonica da 'Il Gattopardo' di Nino Rota, musiche tante volte ascoltate vedendo il film di Visconti, ma nelle quali pochi avevano finora individuato una autonomia poetica così decisa. La melodia, che discende dalla più alta tradizione italiana, parla di sogni e d’amore, e conduce con dolcezza alla mestizia di quel 'Quasi in porto' al quale approda il Principe di Salina. Perché questa pagina? "È un omaggio - ha risposto Muti nel suo camerino, al termine del concerto - che ho voluto dedicare non solo al musicista, poco noto a parte alcune composizioni cameristiche e un’opera, ma anche a una persona che è stata molto importante nella mia vita, perché mi ha spinto a studiare seriamente, e ha creduto in qualche mia qualità". Muti ha ricordato il giorno del suo matrimonio, quando Rota, arrivato in ritardo, rotolò in chiesa con tutto il suo valigione, attirando così - lui per natura così schivo - l’attenzione generale.
SECONDO brano in programma, 'Morte e trasfigurazione' di Richard Strauss, autore importante per la Chicago Symphony fin dalla sua fondazione. Muti, che ha tratto dall’orchestra sonorità di rara purezza, da 'pianissimo' sottili come fili d’acciaio fino all’apoteosi dell’ideale trasfigurato, ne ha dato una lettura rivelatrice, mandando in soffitta i luoghi comuni del poema sinfonico 'tardo romantico': sarà pure stato il 1890, quando lo Strausss appena ventiseienne scrisse questo capolavoro, ma in ogni caso era già Novecento. Da brividi anche la Quinta di Shostakovich, scritta nel 1937 da un autore caduto in disgrazia agli occhi di Stalin dopo il pur grandissimo successo della sua 'Lady Macbeth'. In disgrazia come lo si poteva essere nel tempo del Grande Terrore, non sapendo la sera se si sarebbe stati vivi il giorno dopo. Come Muti rende evidente, sottolineando ad esempio l’importanza del bellissimo 'Largo' in contrasto con gli altri tempi, questa sinfonia rispecchia l’inferno di un uomo solo in un mondo dove tutto lo minaccia. Altro che “involuzione”, come i Farisei di tutto il mondo si affrettarono a sentenziare. L’impressionante finale è sì trionfale, ma è il trionfo di una entità mostruosa in tempi di ottimismo forzato. Sì, ha ragione Muti: dopo questa sinfonia, solo “La forza del destino” era possibile.
Enrico Gatta