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L'attrice racconta i suoi anni di dolore e la sua guerra con il male oscuro. "Gli altri? Non ti guardano né ti ascoltano"
Roma, 06 febbraio 2012 - RACCONTA di lacrime e dolore, di cure sbagliate e di discesa agli inferi, di un male invisibile e di una lunga rinascita. E lo fa con l’ironia e la voglia di vivere che da sempre trasmette. E’ una Veronica Pivetti diversa, che certo non ti aspetti, quella che si confessa e si riscatta in 'Ho smesso di piangere' il libro edito da Mondadori che l’attrice ha voluto dedicare ai suoi sei anni di depressione. "Quella mattina, come altre prima, avevo sperato di morire d’un colpo. Sotto una macchina? D’infarto? Poco importava, purché mi liberasse una volta per tutte dal dolore" scrive. Una sofferenza che lei si è portata dentro dal 2002 al 2008, trasformandosi, come dice, in una 'palla micidiale'. "Perché nessuno vuole avere accanto una persona che soffre".
Eppure, nessuno (se non la famiglia e i pochi amici) se n’era accorto. Una sorta di doppia vita.
"Proprio così. Sono riuscita a sdoppiarmi. Quando il male si è manifestato, stavo girando una fiction importante. Tante scene al giorno... e io dentro che morivo. E’ stato molto faticoso, ma la cosa strana è che non mi è mai venuta a mancare la battuta pronta, lo scherzo. Così il mio pianto, dentro il camerino, passava inosservato".
Possibile?
"La gente non guarda, non ascolta. Questo mestiere non è fatto di persone generose. I malati sono visti come l’Anticristo. E poi la condizione in cui ero sprofondata era talmente dolorosa che sarebbe anche stato difficile parlarne".
Eppure ora è qui a raccontarlo. Ci ride su. Deve avere avuto una grande forza...
"Ho avuto la fortuna di incontrare una persona che mi è stata vicino, che ha capito. E che ora è diventata la mia “socia”. Stiamo preparando insieme uno spettacolo teatrale e la nostra amicizia è profonda. Una rarità".
Veronica chi è il depresso?
"Una persona profondamente sola che non sa raccontare quello che ha. Se mi fossi spaccata in un incidente, che so?, dalla testa ai piedi e fossi finita in ospedale tutta ingessata, gli altri mi avrebbero compatito, avrebbero detto 'poveretta'... E invece viviamo in un mondo materialista, dove ciò che non si vede non si capisce. La depressione è una malattia profonda, è un mondo sommerso, invisibile. Bisogna avere sensibilità per capire".
Chi soffre di depressione quasi si vergogna...
"Proprio così. Magari può sembrare che fai delle storie... Io ho pianto, ho pianto tanto. Volevo solo morire".
Veronica, lei racconta di cure sbagliate. Di un problema di tiroide che le è stato curato male e che le ha scatenato poi la depressione.
"E’ vero. Nel mio libro non faccio nomi, ma chi sa, capisce. Però voglio mettere in chiaro una cosa: le medicine vanno prese. Nelle dosi giuste. E poi ci vuole l’analisi, la conoscenza di sé per uscire dal tunnel".
E lei c’è riuscita dopo sei anni.
"Diciamo che i primi tre anni sono stati quelli più difficili. Ero senza vita, sporca, senza speranza. Guardavo il muro e basta. Poi uscivo, lavoravo e recitavo una me che non esisteva".
Racconta nel libro di un suo primo incontro con un’analista che le ha detto "cominciamo dal suo rapporto con la vagina".
"Sono uscita e ho detto alla mia amica: quella è pazza. Ma come si fa ad avere davanti una persona che soffre, piange e a dirle pensiamo alla vagina...".
E poi?
«Ho incontrato tanti luminari. Medici un po’ tromboni che spesso volevano porsi in un rapporto di competizione con me: lei è un personaggio pubblico, ma anche io sono al suo pari. C’è stato anche chi s’è messo a raccontarmi di un suo lavoro teatrale. E io piangevo, volevo solo essere trattata come una persona che soffriva".
Chi l’ha aiutata? La famiglia?
"I miei genitori, mia sorella hanno sofferto con me. Ma loro vivono a Milano, io a Roma e sapevano solo un dieci per cento di quello che mi stava accadendo".
E’ stata brava a voler vivere.
"Quando ti devi salvare la vita la forza d’animo ti viene. La depressione è come la bruttezza. Ti dà certezza del tuo male e sembra che non finisca mai".
Ogni cosa nella vita ha un prezzo. Per lei quale è stato?
"Ho pagato la mia impreparazione. Vivevo sulle nuvole con le mie convinzioni granitiche. Ero superficiale, forse perché le cose mi erano sempre andate bene. La depressione mi ha messo in ginocchio e mi ha fatto capire come la lucidità sia importante nella vita".
Sarà orgogliosa di sé ora!
"Lo sono. Ho scritto questo libro perchè è una bella storia e perchè volevo far capire che nessuno deve vergognarsi di essere malato di depressione. Mi dicono che leggendolo si sorride. Dal voler morire a far ridere... beh, è un bel giro funambolico".
Senta Veronica, ora che sta bene, che cura sempre la tiroide, che ha vinto il male oscuro... mi dica: ci salverà l’amore?
"L’amore con l’intelligenza. Amore e cervello, ragione e sentimento. Tutto qui".
Laura Cinelli