Gianluca Pessotto: "Grazie
di cuore ai lettori di Qn"
"Colgo l'occasione per ringraziare le numerose persone che tanto a cuore hanno avuto la mia storia e hanno pregato per me, in particolar modo tutti coloro i quali hanno scritto premurose mail su Quotidiano.net"
Caro Direttore, seppur a distanza di tempo desidero ringraziarti per l'affetto e le belle parole avute nei miei confronti nei giorni terribili successivi al mio incidente.
Colgo l'occasione anche per ringraziare le numerose persone che tanto a cuore hanno avuto la mia storia e hanno pregato per me, in particolar modo tutti coloro i quali hanno scritto premurose mail sul giornale on line da te diretto.
Ho avuto modo di leggerle e mi sono commosso, e devo dirti che è anche grazie al sostegno di tanta gente comune che non ha fede calcistica, che sono riuscito a voltare pagina e a guardare la vita con più fiducia. Grazie di cuore a tutti, la vostra sensibilità mi dà energia per per andare avanti con ottimismo. A presto
Gianluca Pessotto
"Sono rinato grazie all’amore"
Torino, 25 giugno 2007 — E’ PASSATO un anno da quando Gianluca Pessotto precipitò da un terrazzino della sede sociale della Juventus. Si parlò di tentato suicidio, ipotesi subito respinta con forza dalla moglie Reana. Parole impegnative che lo stesso ex giocatore bianconero, a distanza di dodici mesi, ben si guarda dal pronunciare.
"Ho avuto un blackout. Ritengo sia stato un incidente, ma bisogna parlarne e non avere paura di chiamare per nome le cose che uno prova o sente. Se uno è triste è giusto che lo dica, se uno è depresso è altrettanto giusto che non si nasconda. Non si deve ridurre tutto ad un "buttarsi dal tetto", perché credo si sia trattato di una vicenda ben più complessa".
Le ragioni che lo spinsero a quel gesto estremo rimangono un segreto che custodisce gelosemente dentro di sé, troppo intime e travagliate per gettarle in pasto alla curiosità della gente. In mezz’ora di faccia a faccia, Gianluca racconta invece il piacere del ritorno alla vita.
"Prima dell’incidente è venuta fuori in modo molto evidente la paura della solitudine, ma quando mi sono risvegliato in ospedale, ho capito che la vita è la cosa più bella del mondo".
Come è cambiata la sua esistenza dopo quello che lei chiama l’"incidente"?
"Mi sono messo in testa di ricominciare, per apprezzare le piccole gioie. Nei lunghi mesi trascorsi in ospedale ho avuto modo di pensare molto e rivivere certe situazioni. Non è poco rivalutare una pizza mangiata in locale con gli amici, o una semplice passeggiata in una giornata di sole".
E soprattutto ha capito di non essere solo...
"Ho avuto una grande dimostrazione di affetto da parte della mia famiglia. Le mie figlie sono la mia linfa vitale. Vivo per loro, e l’idea che avrei potuto non rivederle più ancora non mi passa. Mi alzo al mattino ringraziando Dio per poter vedere ancora il loro sorriso".
Lei è credente?
"Lo ero, e con quello che mi è successo, un po’ mi sono spaventato. Diciamo che ora vivo la religione in maniera meno morbosa, mi sono prima distaccato e poi mi sono riavvicinato, anche se in maniera diversa. Gli ultime tre mesi prima dell’incidente furono davvero pesanti".
Adesso nulla più la spaventa...
"Beh, la paura della morte è la più grande che un uomo possa avere. Però se ti rendi conto che non hai più timore, perché ci sei arrivato vicino, allora tutto assume un contorno diverso".
Ha parlato delle sue figlie. E di sua moglie?
"Mi è stata vicina nei giorni in cui lottavo tra la vita e la morte, ed è stata eccezionale tanto quanto altre persone. Ha affrontato momenti molto difficili, e al di là dei problemi che ci sono stati fra noi ha avuto una parte determinante nella prima fase del mio recupero. E poi resta sempre la mamma delle mie bambine".
Ci sono state anche tante persone comuni che hanno avuto un pensiero per lei...
"L’affetto della gente è stato incredibile, così come l’affetto del mondo del calcio, e non finirò mai di ringraziare tutti quanti. Un abbraccio, una parola dolce, una carezza, tutte cose bellissime. Uno immagina di avere tanti amici, ma è solo nella sofferenza si rende conto di quanto realmente lo siano e in tanti me lo hanno dimostrato. La cosa più bella è stato l’affetto che ho riscontrato andando in giro con la Juventus negli stadi. Dopo un mese e mezzo trascorso in sala rianimazione, però, tutto ha un altro effetto, ed è stato bellissimo sapere che gente che non tifava per la Juventus aveva pregato per me".
Uno di questi è stato Montero...
"Sono andato a trovarlo a Natale per ringraziarlo, e in un certo senso la mia rinascita è iniziata nel nuovo anno proprio dopo questo viaggio in Uruguay. Ero uscito appena da un mese dalla clinica, ma volevo assolutamente andare da Paolo. Il bello del nostro rapporto di amicizia è che siamo all’opposto, ma c’è grande affetto fra di noi. Ma non voglio dimenticare Zambrotta, Camoranesi, l’abbraccio dei giocatori del Milan in occasione del trofeo Berlusconi a gennaio e poi la visita di Lapo quando ero ancora ricoverato. Il gesto più bello è stato quello della squadra: mi ha regalato la maglia numero 7 che non era stata assegnata".
Dal modo in cui parla si vede che ha ritrovato la serenità...
"Mi ricordo benissimo di aver toccato il punto più basso, al confine tra l’esserci e il non esserci; ho voluto rimuovere tutto, ricominciare daccapo. Ed è il consiglio che mi sento di dare a chi dovesse trovarsi in una situazione di disagio interiore: dimenticate tutto e rifugiatevi nell’espressione di gioia dei bambini oppure andate negli ospedali a vedere i ragazzini costretti ad affrontare situazioni più grandi di loro. Il loro sorriso può darvi grande energia...".
La Juventus non l’ha abbandonata, offrendole una bella opportunità...
"Ho modo e tempo per distrarmi, è vero. La vita da dirigente è più impegnativa rispetto a quella da calciatore. Qui non stacchi mai, le ore lavorative sono raddoppiate, ma questo è stato un bene anche perché il calcio è sempre stato il mio ambiente ideale. Ed il contatto con la squadra e con il campo, è quello di cui ho bisogno".
Com’è la vita da team manager?
"Mi sta bene di essere il Gigi Riva della Juventus. La figura di raccordo tra società e squadra è importante e al tempo stesso impegnativa, perché devi testare di continuo gli umori dello spogliatoio, filtrare i problemi e, se è il caso, fare da spugna assorbente. E’ un bel ruolo, che mi permette ancora di calpestare l’erba del campo, anche se ho scoperto una parte di vita aziendale che non conoscevo, visto che prima in sede andavo solo per firmare i contratti".
Forse dovrà imparare ad alzare la voce con qualcuno...
"Lo confesso, da questo punto di vista faccio fatica anche perché non fa parte del mio carattere. Ma al di là dei toni, conta il modo e soprattutto la sostanza di certi discorsi. Però ha ragione: se non alzi la voce nessuno ti ascolta, e comunque i "senatori" sono più difficili da gestire dei giovani".
Nel futuro farà l’allenatore o ancora il dirigente sportivo?
"Mi piacerebbe la figura dell’uomo-mercato, visto che già partecipo a trattative. Ma in questo momento non riuscirei a non fare la vita di campo. Non ho accantonato del tutto l’idea di fare l’allenatore. Mi ero iscritto al corso per il patentino di seconda categoria, ma presto dovrò sottopormi ad un intervento chirurgico al piede destro e per questo seguirò le lezioni il prossimo anno. Ho fatto anche il corso di direttore sportivo, ma il desiderio di allenare me l’hanno fatto venire Lippi e Sacchi. Poi hai a che fare con dirigenti importanti, e ti viene voglia di stare dall’altra parte".
Come siete riusciti a far cambiare idea a Buffon?
"Qualche chiacchiera l’ho fatta pure io con Gigi, ma è stato un lavoro di gruppo. Al momento di decidere qualcosa è scattato dentro di lui. E poi è un ragazzo intelligente e sensibile...".
Però c’è ancora tanto lavoro da fare. Trezeguet e Camoranesi sono di pessimo umore, Nedved è indeciso, solo Del Piero vi segue incondizionatamente...
"E già quest’ultimo riferimento è un segnale importante di come la società stia cercando di fare le cose per bene. Ripeto, il segno tangibile è stata la decisione di Buffon di aderire al nuovo progetto, e pure chi ha dei dubbi alla fine potrebbe seguire Gigi e Alex. L’importante è che ci sia un progetto, e il fatto che dopo l’addio di Deschamps si sia scelto immediatamente un altro allenatore è un segnale importante. E ora con Iaquinta, Almiron e Tiago ci stiamo rinforzando".
Calciopoli gliel’hanno solo raccontata. Che idea si è fatto?
"Fino a qualche settimana fa, prima che l’Inter vincesse lo scudetto, io mi sentivo ancora un campione d’Italia, perché la Juventus ha dimostrato sul campo di essere più forte nella testa e nel cuore, nessuno potrà toglierci il titolo dello scorso anno. Moggi? Dal punto di vista professionale è stato importante averlo come dirigente. In undici anni trascorsi alla Juve da calciatore, ci sono stati momenti positivi e negativi, e il suo sostegno non è mai mancato, soprattutto in ocassione di infortuni. Certo, ha commesso qualche errore, forse gli piaceva parlare un po’ troppo al telefono. Non credo comunque che altri dirigenti fossero immuni da colpe, la verità è che la Juventus ha pagato più dio altre società. Ma abbiamo accettato e siamo ripartiti. Alla grande".
dall’inviato GIULIO MOLA
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