Lippi: il tesoretto ce l’abbiamo solo noi
Parla l'ex ct azzurro: "Un anno dopo l’Italia campione del mondo il prodotto interno lordo è aumentato grazie agli azzurri"
Firenze, 1 luglio 2007 - Un anno fa l'Italia diventò campione del mondo. Un anno fa, tra pochi giorni. Per qualcuno sembra ieri, per altri è passato un secolo. "Per me, invece, è sempre il 9 luglio 2006. Io sono rimasto fermo a quella notte, a quel tempo. La mia vita ha dilatato i secondi, i minuti, le ore, i giorni e i mesi. Non ho ricordi perché quei momenti li vivo ancora, attimo dopo attimo. Mi appartengono, li assaporo, sono dentro la mia testa e il mio cuore. Me li godo oggi come allora e forse anche di più".
Marcello Lippi, il Ct dei sogni, è un ragazzo di quasi sessant’anni che prova l’ultima magia mai riuscita a nessuno: fermare il tempo.
"Un anno dopo, vivo in modo del tutto particolare l’esperienza di campione del mondo. Del gruppo azzurro sono l’unico che non ha più lavorato, che non è stato travolto dalla quotidianità. Se anch’io avessi trovato una squadra mi sarei immerso nei problemi di tutti i giorni, nella routine del lavoro. E adesso sarei qui a parlare di qualcosa di grande, ma lontano. Appannato dal tempo. Costretto a frugare nei ricordi per riportare in primo piano tutte quelle straordinarie sensazioni, quelle emozioni, i gesti di quella notte. E invece sono un privilegiato, per me è sempre tutto vivo, vitale, attuale".
Marcello Lippi è l’attore protagonista di un film infinito che lui gira in continuazione da un anno. E non si stanca mai. Un film caro all’Italia e agli italiani.
"La scena che mi passa più spesso davanti agli occhi è la corsa degli azzurri verso di me. Dopo il rigore di Grosso, l’ultimo rigore, i ragazzi impazziti di felicità sono corsi ad abbracciarmi. Rivedo quelle facce, quelle bocche aperte, quegli occhi sgranati, sento ancora le urla di gioia. Poi quelle decine di braccia spalancate che si avvicinano e come tentacoli imprigionano il mio corpo in un’eterna carezza".
Scusi, non per farla passare dalla poesia alla più banale delle normalità, ma è un anno che riguardando quelle immagini il mondo si chiede come, in quei momenti, lei sia riuscito con tutta calma a prendere la tuta dalla panchina per rimettere a posto gli occhiali.…
Lippi sorride. Aspira il sigarino. Si gode anche questo momento… "Vede, l’esperienza conta in tutte le cose. Nella finale di Champions League del 1996 allenavo la Juve. Giocammo contro l’Ajax, anche allora finì ai rigori e anche allora vincemmo. Quando i giocatori corsero verso di me per abbracciarmi feci appena in tempo a mettere gli occhiali nel taschino della tuta, poi non li trovai più, finirono spiaccicati sul terreno dell’Olimpico, calpestati da mille piedi. Senza occhiali non passai una bella serata. E poi, sinceramente, mi seccava se a Berlino avessero fatto la stessa fine. Erano nuovi, li ho salvati".
Ha salvato proprio tutto di quei giorni…
"La festa al circo Massimo, il calore con il quale mi ha accolto Viareggio, la mia città, tutte cose che mi fanno ancora venire la pelle d’oca. Ma la festa che più di ogni altra mi ha colpito è quella spontanea degli italiani di Germania che ci hanno accolto nel ritiro di Duisburg. Centinaia e centinaia di persone pazze di felicità. Piangevano tutte, un pianto di bambino, di gioia, di liberazione: ecco allora ho cominciato a capire cosa era successo. Cosa significava quella vittoria per l’Italia e per loro in particolare. Un biglietto da visita da esibire chissà per quanti anni ancora".
Consegnare le dimissioni a caldo deve essere stato durissimo…
"L’avevo detto prima del Mondiale e l’ho fatto. Rossi e Abete hanno provato a convincermi, mi hanno offerto diverse possibilità e alternative, volevano che facessi il supervisore di tutte le Nazionali, ma la mia decisione era forte e grande come quel trionfo. Mi è costata molto, lo ammetto.Dovevo fare così e ho fatto così. Non sono pentito, è stata una scelta e come tutte le scelte impone anche delle rinunce".
Lei, comunque, per tutti è rimasto il Ct. Quasi ad honorem…
"Un privilegio. E’ questa l’autentica magia che mi avvolge e, a volte, mi sembra perfino difficile da spiegare. Se fossi seduto su qualche panchina forse sarei tornato ad essere un allenatore diviso tra il tifo, i campanili, altri tipi di tensioni ed emozioni. Così sono rimasto l’allenatore di quella squadra, di quel momento, di quel trionfo. E’ un anno che giro il mondo. Mi chiamano tutti, mi vogliono tutti. Conferenze e dibattiti, premi e manifestazioni, incontri nelle università e master nelle industrie, ho portato e continuo a portare in giro dappertutto il valore di un’esperienza unica".
Come spiega oggi quella vittoria inattesa…
"Come allora. Non è cambiata la mia analisi. E’ stato il trionfo della volontà, della programmazione, delle motivazioni. Il calcio viene dopo, prima c’è il gruppo. E’ questa la soddisfazione più grande. Fin dal mio primo giorno da allenatore nelle giovanili della Sampdoria ho lavorato per plasmare una squadra nella quale non ci fossero primedonne, dove tutti si sentissero importanti e partecipi, con il desiderio di mettersi a disposizione l’uno dell’altro per conquistare un obiettivo comune. La mia Nazionale aveva queste caratteristiche, abbiamo vinto perché eravamo più gruppo e più squadra degli altri".
Un grande esempio…
"Di questo parlo nelle università e nelle aziende, questo racconto ai giovani e ai manager. Trovo sempre grande entusiasmo e massima attenzione. I giovani sono fantastici, questa vittoria è stata la prima grande soddisfazione sportiva della loro vita e se la godono ancora, mi accolgono con il più classico dei ritornelli, il famoso “po-po-po..po-po-po”. Però poi vogliono capire fino in fondo il passaggio psicologico e pratico che ha portato a questo capolavoro di cooperazione umana, all’attuazione di un grande progetto".
Cosa rara nell’Italia disgregata di questi tempi…
"E questo è un altro motivo di orgoglio. In un Paese dove è difficile trovare esempi positivi di compattazione, di coagulamento, di cooperazione, sapere che la mia squadra, il mio gruppo, sono diventati qualcosa da mostrare al mondo è bellissimo".
Il calcio che è capace di andare anche oltre il calcio…
"All’estero ho trovato grandissima stima e considerazione. L’esempio positivo del nostro calcio ha fatto breccia. Ci riconoscono grandi meriti sul campo, ma anche fuori. Siamo riusciti a iniziare un’opera di risanamento che in altri paesi è fallita o mai cominciata".
Come una sorta di ambasciatore del nostro Paese che sensazioni ha avvertito…
"C’è stima nei confronti dell’Italia e degli italiani. Certi stereotipi negativi sembrano superati. Certo, presentarsi da Campioni del mondo è più facile, ma in generale non mi sembra che il nostro paese sia sceso nella scala della considerazione internazionale".
La vittoria del Mondiale ha fatto salire anche il prodotto interno lordo…
"Questo l’ho toccato con mano. Dagli imprenditori dei settori più diversi che ho incontrato sono arrivati messaggi incoraggianti. Il calcio è diventato un biglietto da visita spendibile, la nostra vittoria è servita a rimettere in moto l’interesse per il made in Italy, certi settori che sembravano fermi hanno avuto una spinta. Da italiano fa piacere".
E da italiano, ha mai pensato di mettere al servizio del Paese queste sue capacità manageriali e gestionali? In Francia il Ct del rugby è diventato ministro dello sport…
"La politica non è nella mia testa, l’idea non mi ha mai sfiorato. Nessuno mi ha mai fatto proposte del genere, né io ho certe ambizioni. Mi sento un allenatore, voglio tornare ad allenare e lo farò ancora per quattro o cinque anni. Poi vedremo".
Come immagina il suo ritorno?
"Per ora non lo immagino. Ho ricevuto proposte molto interessanti da diverse delle più importanti squadre del mondo, ma non sono neppure andato a parlare. E’ forte la convinzione che non è ancora arrivato il mio momento".
Cosa la frena?
"Motivi esclusivamente personali. Nessun mistero, ma sono fermamente deciso ad aspettare ancora".
Marcello Lippi oggi è un uomo diverso?
"Non lo so. Sicuramente questa esperienza mi ha arricchito come persona e come professionista. Sono molto, ma molto più ricco dentro".
Torniamo al Mondiale. Sembra che quel fuoco enorme, improvviso, sia bruciato troppo in fretta…
"E’ vero. Ho anch’io questa sensazione. Ma è la vita di oggi che divora tutto, andiamo sempre a mille, a una velocità pazzesca in tutte le cose. Negli ultimi vent’anni è cambiato tutto, io lo chiamo effetto centrifuga. Questo mio anno fuori dalla mischia è ancora più bello perché ho ritrovato anche il tempo per pensare. E poi non dimentichiamo Calciopoli".
Anche di una Nazionale diversa…
"Ha sbagliato solo la partita con la Lituania, poi si è ritrovata. Donadoni sta facendo bene e il gruppo è sempre quello. Hanno ancora voglia, sono amici, questi ragazzi vinceranno ancora, sono pronto a scommettere.Sono loro ad avere qualità e doti straordinarie. La vittoria li ha fatti crescere ancora di più nelle convinzioni e nelle motivazioni. Sono riusciti anche a sfatare il luogo comune dell’anno difficile dopo il Mondiale. Tutti hanno vinto qualcosa, da quelli del Milan a quelli dell’Inter e della Roma. Anche Cannavaro e Zambrotta hanno chiuso il campionato a pari punti".
Però il movimento calcistico italiano non sembra al massimo…
"Il peggio è passato. Stiamo curando le ferite. Se verranno gli stadi nuovi daranno una spinta, il ritorno in A di Juve, Genoa e Napoli riporterà gente sugli spalti. E non vedo neppure una sconfitta del nostro calcio nella mancata assegnazione degli Europei. E’ stata una decisione politica. L’Uefa aveva interesse a valorizzare dei Paesi emergenti come la Polonia e l’Ucraina. Paesi pieni di problemi, ma dentro l’Europa a pieno titolo e quindi da far crescere anche con una grande manifestazione come questa".
A proposito di manifestazioni, come festeggerete l’anniversario?
"I ragazzi sono in vacanza. Sarebbe bello ritrovarsi, ma è più giusto lasciarli a riposare con le loro famiglie. Se lo meritano". Arrivano dei ragazzi, chiedono un autografo. Due fidanzati chiedono una foto-ricordo. Tutti quelli che passano salutano e ringraziano. "Marcello sei grande" urla un tale dal motorino. Più o meno come un anno fa.
Ma se le offrissero di tornare a fare il Ct della Nazionale?
Lui prende un altro sigarino, lo accende, aspira lento come se assieme al fumo cercasse le parole. "Non mi pongo il problema. In questo momento faccio quello che mi sono proposto di fare: stare fermo. Quando sarà l’ora di rimettermi in gioco vedremo quello che succederà".
Quindi non risponde no, la porta è aperta…
"Ma non vedo il motivo per pensare a una eventualità del genere".
Forse. O forse no. Un anno dopo, i ricordi non hanno confini. E la mente vola. Po-po-po-po… Po-po-po-po...
di Enzo Bucchioni
LE NEWS SUL TUO PC






