Ma in azzurro non è mai stato un leader
Dietro l'addio di Totti alla Nazionale c'è anche l'incapacità a proporsi come leader azzurro
Con l'addio di Totti la nazionale di calcio perde un giocatore di grandi qualità tacniche, ma non leader, non un uomo decisivo, non un trascinatore. Quel ruolo di spicco che Francesco ha saputo interpretare nella Roma, favorito dalla conoscenza dell'ambiente, dalle profonde radici locali, dalla naturale sbruffoneria, non lo ha mai rivestito con la maglia della nazionale. Non è un caso se i momenti più alti della sua vicenda azzurra restano due calci di rigore, picchi emotivi di alta intensità, dove un grande solista sfida il portiere avversario: il cucchiaio a Van Der Saar nella semifinale europea del 2000 contro l'Olanda e il penalty decisivo contro l'Australia per la qualificazione ai quarti di finale dell'ultimo mondiale. Il Totti azzurro è in due immagini da psicodramma, in due momenti eterni vissuti in prima persona più che per la squadra.
Altri giocatori di grande talento (vedi Mancini) non hanno mai brillato in nazionale, proprio per l'incapacità di trasferire le loro qualità di trascinatori dal club di appartenenza all'azzurro. Se la critica nazionale è stata severa con Totti, non è perché è romano e caciarone, ma perché da un uomo delle sue risorse tecniche era legittimo attendersi un rendimento altissimo, giocate geniali al servizio della squadra e dello spettacolo. Il grave infortunio patito prima del mondiale vittorioso e la faticosa rinascita atletica hanno intossicato il fisico e la mente di Totti, gli hanno tolto la gioia pura del calcio, lasciandogli scorie di fatica incacellabili. Forse Francesco si aspettava di essere santificato per quel recupero miracoloso; e invece la sua presenza marginale nel contesto azzurro del mondiale tedesco, lo ha relegato in secondo piano, fatto salvo il rigore contro l'Australia. Così il trionfo di Berlino ha incorniciato altri personaggi: l'incredibile Grosso, il gigantesco Materazzi, l'inesauribile Gattuso, il fantastico Cannavaro, perno della difesa. Dentro questa squadra, fatta di cemento e rigore, i personalismi di Totti sono diventati accessori, ricami di qualità su un telaio robustissimo. Piano piano Totti ha visto sfilacciarsi il sogno di diventare il simbolo della nazionale di Lippi, l'emblema sfolgorante di un mese magico. Oggi Francesco dice di lasciare per motivi fisici, ma forse ha capito che la nazionale per lui resterà una matrigna. Una squadra incapace di capirlo fino in fondo, di esaltarne il talento. Peccato, perché un Totti più maturo e consapevole avrebbe potuto finalmente lasciare un segno importante nella storia della nazionale.
di Giuseppe Tassi
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