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LA STORIA

"Dorando Pietri mi ha raccontato
come 'vinse e perse' la vittoria"

Purtroppo data la mia età attuale, 88 anni, io conobbi Dorando Pietri nell’inverno del 1942 durante un raduno di alcuni azzurri di atletica, di cui facevo parte a Rapallo. Il 24 luglio del 1908, un maratoneta italiano entrò per primo nello stadio londinese di White City...

di Carlo Monti

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Dorando Pietri Fra pochissimi mesi, il 24 luglio, cadrà il centesimo anniversario di un’impresa che suscitò in Inghilterra ed in tante nazioni del mondo, meno che in Italia, il massimo interesse e la commozione più ampia, tanto che la regina d’Inghilterra di allora, Alessandra, gli donò una coppa. L’episodio a cui ci riferiamo è la mancata vittoria di Dorando Pietri nella maratona delle Olimpiadi di Londra del 1908. L’episodio per molti anni restò in Italia pressoché sconosciuto, tanto che il nome, Pietri, in qualche occasione fu storpiato in Petri.

 


Purtroppo data la mia età attuale, 88 anni, io conobbi Dorando Pietri nell’inverno del 1942 durante un raduno di alcuni azzurri di atletica, di cui facevo parte a Rapallo, luogo abituale per gli allenamenti dei squadra azzurra coi migliori azzurri di ogni specialità. Agli atleti si aggregavano anche alcuni tecnici ed in quella occasione vi fu presente anche Pietri, nome che ai più, quando venne chiamato alla ribalta, come tecnico dei maratoneti, risultò sconosciuto.

 

Della sua impresa olimpica solo pochi in Italia erano a conoscenza; men che meno noi atleti, con età più verso i venti che i trent’anni, esperti più che altro – oltre che allenarci – a mangiare paste nella più nota pasticceria locale, cercando di mangiarne tante e di pagarne una sola (poi passava il segretario della federazione a saldare tutti i conti).

 

A fine riunione io mi avvicinai a Pietri ed ebbi con lui un colloquio di una decina di minuti, colloquio che avrei voluto pubblicare su Il Guerin Sportivo di cui ero un collaboratore. Pochi mesi dopo, nell’agosto dello stesso 1942, io partii per il servizio militare e lui, purtroppo, morì a 57 anni a Sanremo dove si era trasferito per le precarie condizioni del suo cuore.

 


Dunque, la storia di questo Pietri probabilmente divenne un fatto internazionale quando, alla vigilia delle Olimpiadi di Londra ma del 1948, ossia 60 anni fa, agli organizzatori si presentò un distinto signore spacciandosi per Dorando Pietri. Colti di sorpresa qualcuno degli organizzatori sembrò disposto a riceverlo con gli onori dovuti; ma Lord Burghley, vincitore dei 400 ostacoli alle Olimpiadi del 1928 ad Amsterdam, molto amico del nostro Luigi Facelli, lo smascherò.

 


Ma la notizia venne diffusa, si cominciò a parlare ed a scrivere dell’impresa, che come vedremo fu assai sfortunata, del nostro Pietri. In occasione del centenario sono stati pubblicati due libri, nella scia di altri precedenti, come quello di Carli(in un nostro libro pubblicato nel 1957 ne descrivemmo pure noi l’episodio), uno dovuto alla penna di Augusto Frasca, l’altro di Giuseppe Pederiali, che narrano la vita di questo giovanotto, che nella sua carriera – dal 1904 al 1921 - corse 17 maratone e gareggiò in 121 gare, molte in America, tanto da diventare un simbolo degli emigranti e di un’Italia che sapeva farsi valere. Con Ulpiano, suo fratello, che gli faceva da procuratore guadagnò oltre 250 mila lire di allora, un vero patrimonio, che impiegò nell’acquisto, fra l’altro, di un lussuoso albergo.

 


La sua celebrità anche a New York salì alle stelle, tanto che un noto musicista, Irving Berlin, gli dedicò persino una canzone che inizia : " I feel a much a bad, like anything/ All the night I nunga camma spleep/It’s a my pizon Pasquale ecc" (La canzone è tratta dal libro di Giuseppe Pederiali Il Sogno del Maratoneta).

 

Dunque, il 24 luglio del 1908, un maratoneta italiano, appunto Dorando Pietri, entrò per primo nello stadio londinese di White City. Aveva fatto il vuoto dietro di sé, poiché l’avversario più vicino, lo statunitense John Hayes, era circa 10 minuti di distanza.

 


"Sbagliò subito direzione, fu aiutato dai commissari di gara a girare a sinistra, cadde cinque volte, impiegò nove minuti e 46 secondi per raggiungere il traguardo. Dopo un primo collasso, in un eccesso di scrupolo, il primo impulso dei commissari inglesi fu sottrarre la regina allo spettacolo più traumatico, la morte , a terra, dell’atleta. Poi, come riporta correttamente il rapporto ufficiale, prevalse l‘idea che ad un atleta che tanto soffriva non si potesse negare di toccare un traguardo praticamente raggiunto. Pietri fu massaggiato alle gambe ed al torace, gli venne bagnato il viso e venne sostenuto nel passaggio finale sul traguardo dal direttore di gara dell’Harries Club Andrei e dal dottor Bulger, 32 secondi prima dell’arrivo di Hayes. Posto su un barella e trasferito su un’autoambulanza Dorando vi rimase qualche giorno.

 


I dirigenti statunitensi presentarono ricorso costringendo la giuria inglese, a malincuore a squalificare l’italiano. Gli spettatori si indignarono, la regina Alessandra si commosse, Conan Doyle aprì una sottoscrizione sul Daily Mail e s’eresse archimandrita d’una stampa, locale ed estera, platealmente schierata a favore di Dorando Pietri. I dirigenti italiani presenti , con l’eccezione di Brunetta d’Usseaux, avvertiti a cose fatte, nulla fecero per ribaltare il verdetto. Di tale inconsistenza si fecero portavoce nei giorni successvi i commenti taglienti apparsi su molte testate italiane.

 


Il 25 luglio, superata ampiamente la crisi, mentre gli americani issavano su un tavolo, in trionfo il loro John Hayes, Dorando Pietri saliva dignitosamente sul palco reale per raccogliere un coppa d’argento direttamente dalle mani della Regina Alessandra. E nel giro d’onore, una mano anonima femminile gli pose fra le mani un braccialetto d’oro. Così Frasca nel suo libro descrive la tragedia dell’italiano.

 


Quella data del 24 luglio è rimasta indelebile nella storia dell’atletica italiana. Così scrisse il Corriere della Sera del 30 luglio, dando la parola al nostro protagonista. “Io non sono il vincitore della maratona… invece, come dicono gli inglesi, io sono colui che ha vinto e ha perso la vittoria."

di Carlo Monti

 

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