Cristiano Ronaldo era entrato in partita con l’aria indispettita, subito troppo portato alle proteste plateali, impaziente, temibile, e fischiato, come per esorcizzarlo. Il Manchester ha fatto quello che in trasferta gli riesce bene, addormentare la partita, cenere sul fuoco, una combustione lenta per impedire all’avversario di alzare il ritmo, costringendolo a muoversi in orizzontale, rendendolo il più prevedibile possibile. Rooney sulla sinistra, alla Giggs, pronto anche a fare il terzino, ne è stata una prova in più, anche di umiltà. Più complicato, per la Roma senza Totti, trovare la sponda per entrare dentro in velocità, inventandosi soluzioni a sorpresa. Ma con Mancini e Taddei innocui, Aquilani spaesato, Vucinic poco aiutato, la Roma era costretta a una partita apprezzabile, ma senza spazi per far male, poco determinata per la paura di prendere goli, una pistola scarica. E dal suo finto torpore, puntuale, il Manchester ha messo fuori la testa, in tutti i sensi, per colpire con Cristiano Ronaldo, in gol con uno stacco da Nba.
A quel punto, come succede quando il guaio è fatto, per cercare di rimediare la Roma, in ritardo di un tempo, ha finalmente preso ad attaccare il Manchester, a conferma che avrebbe potuto farlo anche prima, spinta dai Panucci e dai Tonetto, non dai suoi pezzi migliori. Van der Sar ci ha messo la sua mano per evitare il pareggio, Doni la sua in un modo tragico per mettere il pallone sui piedi di Rooney.
Ci vuole ben altro, contro il Manchester.
di Alessandro Fiesoli
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