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Ciclismo, parla Martini:
"Ecco il Mondiale
delle meraviglie"

Il percorso visto dall'ex ct: "Quello di Firenze è un tracciato per i grandi: Nibali, Gilber, i colombiani e forse Cancellara"

 

di Alessandro Fiesoli

Alfredo Martini, ex ct di ciclismo (Germogli)
Alfredo Martini, ex ct di ciclismo (Germogli)

«Guarda, è Martini, è lui, grande Alfredo», e per salutarlo quasi cadono in tre, per l’emozione, dalle loro bici ultraleggere in carbonio, mentre Firenze è laggiù, dietro i cipressi. Il sogno di ogni ciclista: vedersi affiancare da un’auto con Martini al finestrino, come sull’ ammiraglia azzurra. Siamo lungo la salita che porta a Fiesole, la collina del prossimo mondiale, per un sopralluogo sul circuito finale della prova iridata di settembre in compagnia dell’ex ct, e l’incontro con il gruppetto di cicloamataori è festoso e molto affettuoso.

Con una coincidenza toccante: il gruppetto di ciclisti proviene dal Mugello e dal Pistoiese, fanno parte di due club intitolati a Franco Ballerini, l’ex campione della Roubaix e l’ex ct, legatissimo a Martini, scomparso troppo presto, dopo aver dato il suo contributo all’ideazione di questo mondiale, che sarà corso anche in suo ricordo. Alfredo legge la scritta «Ballerini» sulle maglie e si commuove, stringendo mani e distribuendo consigli e sorrisi.

Tre ore insieme a Martini, da piazza del Duomo al girotondo di un mondiale con vista, e l’anteprima fa pregustare quello che sarà il grande show di settembre. «Durissimo lo strappo di Salviati, ma molto importante sarà anche la scelta del rapporto giusto sulla salita di Fiesole, è un tracciato per i grandi, Gilbert, Nibali, forse Cancellara, i colombiani», e già si immagina la tattica di corsa, l’ex ct. Sono 16,5 km, da ripetere dieci volte.

Dallo stadio a Fiesole, la prima salita di 4.370 metri con pendenza media del 5% e una punta al 9%, una discesa secca ma breve e subito l’erta di Salviati, 600 metri al 10,2% di media con punte al 18%, una seconda discesa, più lunga, nervosa, per rientare in città, con un altro dente prima dei tre chilometri del gran finale. Dislivello complessivo di poco inferiore ai 3.000 metri. Non è un affare per velocisti, questo è sicuro.

Lo spettacolo, intanto, è stato scortare Martini in questo sopralluogo. Dal fiaccheraio davanti al Cupolone, agli automobilisti di passaggio, che lo salutano a colpi di clacson, ai ciclisti, ai vigili, alla barista e al taxista, lo hanno riconosciuto in tanti, e per tutti c’è stata una stretta di mano. Martini viene accolto come uno di famiglia, e hanno ragione, magari senza rendersene conto fino in fondo, perché le strade del ciclismo sono da 80 anni la grande casa del decano e del principe degli ammiragli azzurri. E’ una vicenda, la sua, che sarebbe piaciuta a Hemingway, tipo il vecchio e il mare.

Alfredo, 92 anni, pronto a salire di nuovo su una bici e a piegarsi per accarezzare le nobili pietre di piazza del Duomo, dove a settembre passerano i corridori, è nato prima del campionato del mondo. Aveva 6 anni, Martini, quando Binda vinceva l’edizione inaugurale, ad Adenau, in Germania. La storia del ciclismo ora è arrivata fin qui, quasi ad omaggiarlo, lui che da corridore arrivò terzo nella Cuneo-Pinerolo del mito nel ’49 dietro a Coppi («Un uomo solo al comando», nacque quel giorno) e a Bartali, e a rendere giustizia alla grande tradizione ciclistica della Toscana, da Ginettaccio in poi, e italiana. Martini è il Granduca del mondiale, l’ultimo dei Medici, almeno per quanto riguarda la bici. Di mondiali, Alfredo ne ha vissuti tre da corridore (dal ’48 al ’50) e ne ha condotti ventitrè da ct, vincendone sei, con Moser, Saronni, Argentin, Fondriest e Bugno (due).

«Questo di Firenze è uno dei più duri, con Sallanches ’80, Hinault davanti a Baronchelli, e Duitama in Colombia nel ’95, Olano e Pantani terzo, è un tracciato senza respiro, con il rischio per i corridori di trovarsi vuoti di energie senza accorgersene, anche per le difficoltà ad alimentarsi, farà grande selezione e sarà molto spettacolare, grazie anche alla bellezza di Firenze», riflette Martini ad alta voce, mentre ci appostiamo sul muro di Salviati o davanti al teatro romano di Fiesole, «dove ho corso una volta nel ’37 da allievo, presi 200 lire per il secondo posto quando un operaio ne guadagnava 150 ogni quindici giorni, vinse Ennio Nardini, di Montelupo», e ne parla come fosse successo ieri, un’immagine lontana e sempre nitida che si sovrappone, lungo le stesse curve di allora, con quella di Nibali e degli azzurri. «Sono piaciute, a Vincenzo, queste pendenze, lo considera un mondiale adatto alle sue caratteristiche», assicura.

L’ultima sosta davanti al Mandelaforum, il punto d’arrivo del circuito finale, al termine del lungo rettilineo del viale dei Mille, all’ombra dello stadio dove nella sua prima vita in sella vinse nel ’50 una tappa del Giro, «e venivamo proprio da Fiesole, c’era tanta gente, lungo la strada e allo stadio, quel giorno». Ci sarà anche tutto il grande ciclismo di Alfredo Martini, nel prossimo mondiale di Firenze.

 

di Alessandro Fiesoli

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