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'O Fenomeno senza fine: 'Un altro Papi non esiste'

Samuele simbolo della Copra: "A Piacenza sto bene"

Intervista a Samuele Papi, un fuoriclasse che non ha bisogno di presentazioni: ha vinto soltanto 40 titoli in carriera. "Oggi è cambiato il gioco: non è possibile arrivare a certi livelli se sei alto un metro e ottantanove"

Samuele Papi in azione con la maglia della nazionale
Samuele Papi in azione con la maglia della nazionale

Piacenza, 18 gennaio 2012 - Tra un anno l'età raggiungerà...la bacheca. Samuele Papi iniziò la carriera con il soprannome di 'O fenomeno' per l'elevazione che aveva da ragazzo, la finirà (quando succederà) con una serie di record spaventosi. A partire dall'anagrafe: ha il contratto con la Copra Piacenza per un'altra stagione, quindi quando finirà il campionato 2012-2013 questo ex ragazzo di Falconara nato il 20 maggio del 1973 sarà alla soglia dei 40. Per uno schiacciatore, per di più neanche altissimo, più che un primato è un'impresa, quasi quanto gli oltre settemila punti e le quattordicimila ricezioni fatte in carriera.

Eppure, più della carta d'identità fa impressione la fame che Papi riesce a mettere ancora in campo, lui che ha vinto soltanto 40 (quaranta, sì) titoli tra scudetti (6), Coppa Italia (5), Champions League (3), Coppe Cev (3), Coppe delle coppe (2), Supercoppe italiane (8) ed europee (3), più due mondiali, tre europei e cinque world league con la nazionale. Solo per limitarsi alle vittorie e alle manifestazioni più importanti, perché in realtà a casa Papi ci sono anche due argenti e un bronzo alle Olimpiadi, e c'è anche una Junior League, il campionato italiano giovanile di Lega, vinto da ragazzino con la squadra di Falconara. Dove tutto iniziò.

“E infatti io credo che il segreto sia proprio quello, andare in campo con lo stesso spirito che avevo da ragazzino quando giocavo al campo dell'oratorio, avevamo una rete di ferro talmente dura che la chiamavamo 'il cancello'”, racconta, dribblando in anticipo la domanda che qualsiasi atleta nella sua fase della carriera teme come la peste.

Papi, quando smette?
“Non lo so, finché sto bene e mi diverto io vado avanti. Intanto ho il contratto con Piacenza, anche se so che i contratti ormai hanno un valore relativo perché ogni anno si deve fare il punto in due. Vediamo, magari mi metto a fare il libero per allungarmi la carriera. Ma non credo, mi piace troppo schiacciare”.

E dopo? Sa già che cosa farà?
“No. Finora ho fatto sempre e soltanto il giocatore, non ho immaginato un futuro perché sono abituato a pensare alle occasioni quando si presentano, non prima. Di sicuro non farò l'allenatore, non credo di avere il carattere né le capacità oratorie che servono. Magari il vice, quello potrei farlo bene, credo”.

Lei è andato a Piacenza dopo tanti anni a Treviso. Come si trova?
“Onestamente, pensavo di finire la carriera a Treviso, dove mi sono stabilito con la mia famiglia, che è rimasta in Veneto perché le mie figlie di 3 e 5 anni vanno nello stesso asilo e non abbiamo voluto spostarle. Però non è stato possibile, e allora ho accolto con piacere l'offerta di Piacenza, dove mi trovo molto bene”.

La famiglia le mancherà.
“Beh, sicuramente la distanza non aiuta, anche perché io sono uno che tende a staccare completamente, fuori dalla palestra di pallavolo non parlo, e giocare con le mie figlie è il modo migliore per ricaricarmi. Ma ci siamo organizzati bene, quando mi vengono a trovare restano una settimana intera”.

Magari si aspettava di più in campo. La Copra lotta per la salvezza con un organico che alla vigilia sembrava quello di una potenziale outsider del campionato.
“Lo pensavamo anche noi, ma quando le stagioni iniziano male, con infortuni e i risultati che non arrivano, poi si entra in un vortice pericoloso. Dal quale si può uscire soltanto con il lavoro, e senza bacchette magiche, faticando un passo alla volta”.

Esiste un erede di Papi?
“Non credo, ma non è colpa di nessuno: ci sono tanti giocatori bravi tecnicamente e con le mie caratteristiche anche nell'atteggiamento in campo, ma oggi è cambiato troppo il gioco. Non è possibile arrivare a certi livelli se sei alto un metro e ottantanove. Sul piano fisico ormai è un altro sport, certi cambiamenti sono inevitabili. I centrali non sanno più fare un palleggio o un bagher perché non lo devono fare in partita, per esempio. Non lo dico per nostalgia, è un dato di fatto”.

di Doriano Rabotti

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