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Speciale Stop al bullismo

IL DRAMMA

Sono la mamma di una “bulla”

Pubblichiamo l'intervista di Roselina Salemi, giornalista e scrittrice, che racconta l'amara scoperta di una madre: la figlia adolescente ha devastato la scuola per 'saltare' un compito in classe. Da qui l'odissea attraverso litigi, psicologhe e bravate, ma anche la speranza di un ritorno alla normalità

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Ragazze nel corridoio di una scuola Roma, 13 agosto, 2008 - Questa è la testimonianza raccolta dalla giornalista e scrittrice Roselina Salemi. La protagonista è una mamma che, all'improvviso, scopre di avere una figlia 'bulla'. Uno choc da affrontare e un rapporto da recuperare.

Sono la mamma di una "bulla".
La buona notizia è che non sono la sola. Questo problema riguarda molte famiglie, esiste, anche se nessuno ne parla. Ho incontrato altre madri disperate, ci siamo scambiate opinioni, impressioni, consigli.
La cattiva notizia è che noi genitori navighiamo a vista e non abbiamo certezze, né schemi di comportamento da applicare.
Ogni caso è diverso. Ogni storia è diversa.


La mia è cominciata con un brutto risveglio. Una mattina ho dovuto scoprire che mia figlia, adolescente standard, rabbiosa e scontenta, ha quasi distrutto la sua scuola. Faceva parte di un gruppetto in cui, cosa strana, comandavano le ragazze, un gruppetto che, l’ho saputo dopo, faceva quelle cose che si vedono nei telefilm americani e pensiamo esagerate: maltrattare i più deboli, aggredire e insultare chi ti ha spinto per sbaglio, cose così. A scuola li consideravano dei fuoriditesta, ma io non vedevo o forse, colpa mia, cercavo di non vedere.
C’è lo voluto lo shock. Atti di vandalismo gravi, con relativa denuncia e consultazione di avvocati, tutto per saltare un compito in classe. La mia creatura ha impiegato tanto di quel tempo a pianificare la cosa, che avrebbe benissimo potuto studiare e prendere un buon voto e invece…


All’improvviso, nello scandalo generale, nella rabbia per la cazzata fatta da quella che mi sembrava una ragazza ribelle, ma normalmente ribelle, è affiorata la coscienza, rimasta sotto traccia, di mille piccoli episodi, niente di grave all’apparenza, ma l’espressione di un carattere che cerca la sfida, la prova di forza senza badare alle conseguenze. E guardando indietro, i primi segnali avrei dovuto notarli già quattro anni fa, ma ero troppo occupata con i miei problemi: io e mio marito ci stavamo separando. Mi è sembrato quasi ovvio che rispondesse male, che non le andasse bene niente. E poi soffrivo troppo anch’io.


Mi sono fatta rapidamente una cultura sul bullismo delle ragazze, che non è quello dei maschi, è meno violento, non ci sono pestaggi, grazie al cielo, ma è sottilmente crudele (come le donne sanno essere anche da bambine) e non ha conseguenze meno gravi. A quel punto, il “faccia a faccia” era inevitabile: reprimenda, strilli, offese reciproche. Panico. Sensi di colpa.
 

Mi ha detto che l’ho sempre trascurata, che il mondo è cattivo ed è meglio essere cattive, basta guardarsi intorno. Ci sono tanti libri che inneggiano alle ragazze toste e lei è una ragazza tosta. In sintesi, il mondo è delle stronze e delle troie.
Le ho risposto che se non si pone dei limiti, diventa una sbandata, una che prima o poi si rovina la vita e finisce male.
Mi ha urlato che la sua vita è già rovinata, scuola sbagliata, genitori sbagliati, padre separato, con varie fidanzate, madre ansiosa e istericamente single, troppo occupata con il lavoro. Che lei non si sposerà e non vorrà mai figli.
Le ho urlato che le voglio bene, che deve accettare il mio aiuto, e se non il mio, quello di qualche esperto.


Sono andata da una mezza dozzina di psicologhe e terapeute di vari indirizzi che mi hanno detto nell’ordine: 1) quando io e mio marito ci siamo separati, lei ha elaborato male il distacco dal padre 2) ha preso le distanze da un modello materno troppo remissivo (questo è vero) e ha seguito uno schema maschile 3) ha cercato di attirare l’attenzione, 4) sta cercando di stabilire quali sono i suoi confini, si sente onnipotente 5) dovrebbe cambiare ambiente 6) meglio lasciarla dov’è.


Alla fine, lei ha scelto di andar via dalla scuola che aveva contribuito danneggiare e mi è sembrato sensato. Adesso, la situazione è un po’ migliorata: lei studicchia, incontra settimanalmente una psicologa molto brava, non esce più con i fuoriditesta, sta un con ragazzino che mi sembra decente e che lei tiranneggia in ogni modo possibile. Io la osservo come un entomologo osserva un insetto strano, mi sforzo di interpretare i suoi comportamenti e rileggo quelli del passato. Ah, come sono stata cieca, non ho visto la sfida insensata che si nascondeva nei suoi “no” (questo non lo mangio, questo non lo metto, questo non lo voglio), nel suo assurdo modo di vestire, la pancia fuori con due gradi e mezzo, i jeans strappati con sopra un gonnellino rosso di organza, il giubbotto di pelle da teppista, i piercing che sono arrivati uno dietro l’altro, orecchie, naso, gola no per fortuna, la stanza con i poster di Marllyn Manson, i teschi, le canzoni di Fabri Fibra a tutto volume ( ma li avete sentiti i testi?), il tono sgarbato con cui respingeva ogni più piccola manifestazione di tenerezza. “Tesoro, andiamo dagli zii? “Non ci vengo e non mi chiamare tesoro”.


Non riuscivo a entrare nel suo mondo, forse non ci riesco neanche ora, al massimo mi permetto una sbirciatina.
Non riuscivo a farle rispettare gli orari di rientro la sera, quando c’ero. Viaggiavo molto per lavoro (ho ridotto parecchio) e il tipo di controllo che potevo esercitare era ridicolo.
Non riuscivo a farla uscire dal caos di vestiti libri scarpe cd ammucchiati alla rinfusa, a staccarla dal telefono, a passare un pomeriggio con lei, banalmente al cinema o in giro per shopping.
Ho dato per scontato che si facesse una canna ogni tanto, ci sono passata anch’io da ragazza, ma una domenica mattina l’ho vista suonata, sbronza. L’ho rimproverata, l’alcol mi fa paura. “Tutti bevono”, ha ghignato, “solo le figliedimaria non bevono”. (Figliedimarie era il dispregiativo per le brave ragazze, quelle normali davvero).

 

Non studiava. Sono stata convocata perché aveva rifiutato di rispondere a una domanda su Alessandro Manzoni. “ Non me ne frega niente dei “Promessi Sposi”, non meritano un minuto del mio tempo”, ha sibilato scocciata “a quella scema della profia”. Non ne ho fatto un dramma, uno scatto di rabbia, pensavo, può capitare. Sbagliavo. L’insegnante ha colto l’occasione per segnalare che mia figlia, insieme con altri, tormentava regolarmente due compagne di classe, la “grassona” (una taglia 46) e la “secchiona” (media del 9). Canzoncine, provocazioni gratuite, piccole cattiverie. “Stia attenta signora, non mi prenda per una di quelle zitelle che odiano le ragazze: sua figlia ha qualcosa di disperato, potrebbe fare una sciocchezza”.


E l’ha fatta. All’improvviso mi è stato tutto chiaro. L’aggressività che sottovalutavo e stupidamente catalogavo come passeggera aveva preso una forma definitiva. Anche dopo, quando è stata un po’ messa alla gogna con il suo gruppo di fuoriditesta, mia figlia non ha smesso di considerarsi “figa” perché aveva dimostrato coraggio e aveva saltato il compito.
 

Ho fatto anche una piccola indagine personale. Sono andata a parlare con la mamma della “grassona”: ha confermato che la figlia voleva cambiare classe per non essere tormentata. La madre della “secchiona” mi ha compatita, dall’alto della sua felice perfezione, ma almeno mi sono fatta un’idea più precisa della mia bulla e delle sue vittime.


Poi, finita l’indagine, ascoltate le psicologhe, siamo rimaste sole, io e lei. Ammaccate. Insicure, almeno io. Suo padre, solitamente indulgente, è stato severissimo, ha minacciato (e minaccia ancora) un collegio per ragazze difficili tipo carcere di massima sicurezza, e per la prima volta non gli ha risposto male. Ho potuto notare che la durezza, più della comprensione, produce qualche effetto. Le ho imposto alcune semplici regole: uscite, orari, soldi, organizzazione dei suoi spazi. Va così così. Qualche volta sbuffa: ”Non vedo l’ora di andar via da casa”.
 

Che cosa devo dire, è dura. L’ultima bravata è dell’anno scorso. Un diciottesimo, una festa dove un paio di ragazze strafatte l’hanno presa in giro e lei ha urlato e spaccato una bottiglia saltando stile Charlie’s Angels. Uniche vittime, un cuscino leopardato e un tavolino Ikea. Mi sono scusata per lei, ormai ci sono abituata.


Se guardo indietro nello spazio-tempo mi rivedo in questa stessa casa con lei tra le braccia, a tre anni, le codine con i fiocchetti rossi, la mia bambola. Ma i figli crescono, diventano altre persone. La persona che mia figlia è diventata, ha un problema. Mi illudo che averlo capito mi aiuti a migliorare le cose, in fondo ho visto tanti ribelli cambiare, ho visto metamorfosi inimmaginabili, mi ripeto che è una fase e che passerà. Qualche volta lei è spietata, come se considerasse l’amore, anche il mio, una debolezza, e allora mi scoraggio, ma qualche volta, quando ride al telefono o davanti a una stupida serie televisiva, la riconosco in quel sorriso. E’ lei, non la sconosciuta che parla come uno scaricatore di porto e dice “Non chiamarmi tesoro”. Quel sorriso è tutta a mia speranza.

di Roselina Salemi










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