Quotidiano.net è andato alla presentazione bolognese della pellicola che ha fatto tanto discutere all'ultima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. Ecco cosa ci hanno raccontato il regista e la protagonista
Bologna, 14 novembre 2008 - 'Un gioco da ragazze', ovvero se il bullismo è rosa. Presentato con grande risalto all’ultima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma più per le polemiche suscitate dal divieto agli under 18 (poi abbassato ai minori di 14), questa pellicola è destinata comunque a far discutere. “L’obiettivo era proprio questo – spiega il regista Matteo Rovere, 27 anni – Volevo raccontare una storia che fornisse uno spaccato del nostro tempo e descrivesse una parte dei giovani di oggi”.
La protagonista Elena e le sue amiche, infatti, sono diciassettenni della ricca borghesia di provincia annoiate e interessate solo a shopping e discoteca, che non esitano a 'fare a pezzi' chi non faccia parte del loro giro. Un paradiso dove, insomma, non è tutto oro quello che riluce. “La scelta di rappresentare un mondo per così dire ‘bene’ è dettato innanzitutto dalla necessità di restare fedeli al libro da cui è tratta la sceneggiatura (il fortunato romanzo di Andrea Cotti, ndr) – prosegue Rovere –. Poi non volevo riproporre la solita storia di disagio sociale con adolescenti vittime di genitori violenti, bensì la realtà apparentemente senza problemi di ragazze che hanno tutto. Un ambiente protetto cui fa da contraltare una freddezza delle emozioni”.
Un film duro, privo di qualsiasi morale o redenzione (malgrado la tragedia finale la bella e algida Elena continua la sua vita di sempre, incurante di quanto accaduto). Forse, proprio per questo, destinato a un pubblico di adulti, quelli che spesso faticano a capire i propri figli, studenti, nipoti. “Gli adulti spesso non si rendono conto di quanto i ragazzi crescano a contatto con la violenza che viene propinata loro in televisione, su internet, allo stadio. Ma limitare la visione a una sola categoria sarebbe stato un errore – sottolinea ancora il giovane cineasta –. La pellicola deve essere un momento di riflessione e anche di confronto tra generazioni. Ben venga se poi i giovani se ne discostano, perché giudicano quegli atteggiamenti sbagliati”.
In effetti lo spettatore fa fatica a identificarsi con queste rampolle di buona famiglia che inghiottono ecstasy come noccioline, non esitano a fregarsi fidanzati e puniscono la compagnia di classe rea – secondo loro – di aver fatto la spia. “Anche per me non è stato facile entrare nel personaggio – spiega, dal canto suo, Chiara Chiti, al suo esordio da attrice – Ho lavorato a lungo con Matteo (Rovere) per riuscire a comprendere le motivazioni che animano Elena. Ho dovuto imparare a giustificarla, io che ho un’indole ben diversa e che ogni volta che mi rivedo in quella parte non posso non condannarla”.
Poche le connotazioni geografiche. “Non ne ho volute dare – riprende a spiegare Rovere – dal momento che non le ritengo rilevanti. Si tratta di una vicenda che potrebbe accadere dovunque. E poi la mia non è una ricerca sociologica, anche perché non è quello il mio mestiere”. Eppure una critica al sistema, scuola compresa, sembra nascondersi tra le righe. “Non volevo generalizzare sulla scuola, che non è la sola responsabile di quanto avviene nel film ma certamente ignora segnali importanti perché si dovrebbe scontrare con poteri forti (nella finzione il padre della protagonista è un industriale molto noto e stimato, ndr). In realtà – conclude – la pellicola tocca vari temi, compreso il rapporto giovani-tecnologia e la voglia di quei famosi cinque minuti di notorietà. In fondo basta una webcam e un computer per crearseli, poi però le conseguenze non sono sempre delle migliori”.
di Daniela Laganà