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Se è gratis non è lavoro: scoppia la rivolta sul Web

La Rete si ribella alle proposte di retribuzione imbarazzanti

Sul Web si moltiplicano gli annunci di aziende che cercano lavoratori per pochi euro, richiedendoli seri, competenti, aggiornati e appassionati.

Lavorare sul Web: spesso le aziende propongono compensi ridicoli (Reuters)
Lavorare sul Web: spesso le aziende propongono compensi ridicoli (Reuters)

Tutto è cominciato con un post di WikiCulture: “Caro blogger, ti pago 20 euro al mese e tu mi scrivi 40 pezzi”.
L'annuncio, che da tempo gira sul Web, è di una società editoriale italiana che cerca persone serie, aggiornate, capaci e appassionate per un “lavoro retribuito che permette un arrotondamento mensile considerevole e richiede poche decine di minuti al giorno ma da fare con passione e in maniera costante”.

Peccato che, sempre secondo quanto scrive “Stronco” su WikiCulture, una volta superate le selezioni, l'offerta economica sia di 20 euro al mese per un impegno minimo di 40 pezzi, guadagno sicuramente inferiore a quanto si potrebbe racimolare mettendosi “a cantare lungo una delle vie dello shopping, se sei bravo guadagni, se non sei bravo ti pagano per smettere”.

Il virus è stato lanciato, in Rete parte il contagio.
Paolo Ratto condivide il post sulla sua pagina Facebook, aggiungendo il commento “Gratis non si lavora. Si ozia”, che diventa subito il credo della web-insurrezione.
Su Twitter Cristina Simone crea l’hashtag #nofreejobs, invitando a segnalare le proposte di lavoro non retribuito, o con retribuzione imbarazzante. L'hastag diventa subito trend, e in molti danno il loro contributo: “No a stage e lavoro gratuito, cominciamo a licenziare milioni di raccomandati dalle PM” scrive @troppouncapo; “se lavori e non ti pagano, si chiama volontariato!” rilancia @misterghigo; “Il social web ce lo permette, la nostra professionalità ce lo deve imporre. L'occasione non va persa” è l'invito di @jul_x.

Nel giro di pochissimo tempo è stata creata anche la pagina Facebook “No free jobs” ed implementata la “Mappa delle proposte di stage indecenti”, perché se ci eravamo adattati ad essere la “Generazione mille euro”, la “Generazione gratis” ci risulta assolutamente indigesta.

Pamela Ferrara

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