"Non vogliamo lauree alla memoria Verità sulla morte dei nostri figli"
L’Aquila, protestano le famiglie di otto studenti rimasti uccisi nel terremoto. Un genitore: "Non è stato il terremoto a uccidere mio figlio Tonino, sono state la negligenza, la mancanza di prevenzione"
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L'Aquila, 29 maggio 2009 - "Non è stato il terremoto a uccidere mio figlio Tonino, sono state la negligenza, la mancanza di prevenzione. Noi, genitori degli studenti morti a L’Aquila, vogliamo giustizia, non ci interessa la laurea alla memoria perché è un blando tentativo di voler chiudere una tragica parentesi che ha sconvolto la nostra esistenza".
Oggi il rettore dell’università di L’Aquila, Fernando Di Orio, consegnerà ai genitori degli studenti morti nel terremoto la laurea alla memoria. Ma 8 famiglie hanno declinato l’invito spiegando in una lettera le loro ragioni. Non c’è solo il dolore immane per la perdita di un figlio, c’è anche tanta rabbia all’origine del loro gesto "perché troppa gente sapeva dei rischi a cui gli studenti andavano incontro, ma ha fatto finta di niente", denuncia Paolo Colonna, padre di Tonino, che ha estratto personalmente dalle macerie alle 9.15 del 6 aprile. Tonino aveva 19 anni e studiava ingegneria, è morto tre giorni dopo all’ospedale di Roma.
"Abbiamo scoperto soltanto dopo la tragedia che la situazione era preoccupante, ma nota a tutti quelli che dovevano sapere. Non alle famiglie. Gli stessi presidi di facoltà o il rettore non potevano non sapere in quali condizioni fossero gli istituti: le scosse di terremoto sono iniziate a ottobre, dalla metà di dicembre in poi era uno stillicidio quotidiano".
"Nello studio commissionato dalla Protezione Civile alla società Abruzzo Engineering nel 2006 — prosegue Paolo Colonna, commerciante di Torre dei Passeri, che ha altri due figli, trasferitisi ora alle università di Roma e Chieti — si evidenziavano gravi situazioni strutturali in molti edifici pubblici, tra i quali tutte le facoltà universitarie, situazioni che andavano sanate a salvaguardia dell’incolumità pubblica con gli interventi che non sono mai stati realizzati. Il terremoto, anche nei mesi precedenti, aveva aperto delle crepe alla facoltà in cui studiava mio figlio, ma si erano limitati a isolare col nastro i locali danneggiati, mentre continuavano esami e lezioni".
Le famiglie di Michele Strazzella, Enza Terzini, Tonino Colonna, Luca Lunari, Marco Alviano, Angela Cruciano, Luciana Capuano e Davide Centofanti, che hanno firmato la lettera e ricevuto molti attestati di solidarietà ricordano "che la prevenzione è stranamente scattata dopo il sisma del 6 aprile, visto che molte facoltà sono state trasferite in alcune città abruzzesi". Non si poteva fare prima, si chiedono.
"Ma se lo hanno fatto per ragioni di sicurezza mi devono spiegare perché gli studenti sono stati indirizzati in aree che non sono sicure, in zone a forte rischio sismico come Avezzano, rasa al suolo dal terremoto del 1915, Sulmona, Celano. Perché hanno spostato l’attività universitaria in quelle aree e non verso Chieti e Pescara, dove fra l’altro sono stati sfollati gli aquilani che non sono nelle tendopoli? Non era più sicuro lì?". Vengono in mente anche ragioni di campanile e la criptica resistenza per non spostare la Corte d’appello a Pescara è un esempio: possibile che stucchevoli rivalità per incarnare il ruolo di capoluogo prevalgano sulla logica e la sicurezza?
"Mi trovi lei un’altra ragione: se i terremotati sono stati sfollati a Pescara e sulla costa perché quelle sono zone sicure, perché gli studenti me li mandi a Sulmona e Avezzano?", si chiede questo padre ferito e coraggioso. Intanto prosegue l’inchiesta della Procura, focalizzata su 170 edifici crollati. Dopo l’ospedale sono stati eseguiti carotaggi per verificare la qualità del cemento armato alla Casa dello studente, dove sono morti 5 degli otto giovani le cui famiglie diserteranno oggi la cerimonia.
di Lorenzo Sani

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