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Venezia 2007

MOSTRA DI VENEZIA / 4^ GIORNATA

Guerra in Iraq ancora protagonista
Dopo De Palma ora tocca a Haggis

Il regista porta in concorso “In the valley of Elah” con Charlize Theron e Tommy Lee Jones. "Di certo per noi questa guerra è un nervo scoperto", spiega il cineasta. Applausi alla proiezione      di Mauro Resmini

L'attrice Charlize Theron e il regista Paul Haggis Venezia, 1 settembre 2007 - “Credo che la mia posizione sul tema della guerra in Iraq, come su quella in Afghanistan, sia chiaro. Ho voluto mostrare la vicenda da un punto di vista diverso, quello del personaggio di Tommy Lee Jones, un uomo che ama l’America e crede fermamente nei suoi valori; e soprattutto, un uomo che ha sempre creduto di saper distinguere con chiarezza il bene dal male”. Parole e musica di Paul Haggis, che ieri sera ha incassato un lungo e convinto applauso alla proiezione stampa del suo “In the valley of Elah”. Haggis si presenta alla conferenza stampa accompagnato da Charlize Theron, che vista dal vivo è di una bellezza abbagliante.


Il cineasta americano, già autore di “Crash – Contatto fisico” e sceneggiatore amato da Eastwood (per cui ha scritto “Million Dollar Baby”), commenta così l’attenzione che il cinema sta dedicando negli ultimi tempi al conflitto iracheno: “Credo che il cinema americano abbia sempre cercato di raccontare storie legate alle guerre condotte dal nostro Paese: penso a “The best days of our lives”, girato pochi anni dopo la seconda guerra mondiale, che trattava il dramma dei reduci; un film difficilissimo da realizzare, ma che nonostante la scarsa distanza temporale dalla tragedia, è stato girato. Di certo per noi questa guerra è un nervo scoperto, ma non so dire se effettivamente si possa parlare di un nuovo filone legato alla guerra in Iraq: non ancora visto “Redacted” di De Palma, ma sono ansioso di vederlo”.


A Charlize chiedono se ha in programma altri film di impegno civile, magari ancora sui conflitti bellici: “Non sono una sceneggiatrice, e non giro film. Quello che conta per me è che si tratti di una bella storia: è questa la cosa che mi deve colpire di più quando leggo una sceneggiatura. La politica? Mi pare evidente che faccia parte della nostra vita di tutti i giorni: in qualche modo, tutti i film sono politici, alcuni lo sono di più, alcuni lo sono di meno”.

 

La Theron è sudafricana, e le viene chiesto qual è stato il rapporto che ha avuto con la violenza: “Sono cresciuta in una famiglia in cui si è sempre parlato di ciò che accadeva sia in Sudafrica che nel mondo. Il giornale in casa non mancava mai, e a tavola certi argomenti li affrontavamo sempre. Credo che questa sia stata una fortuna per me, mi ha dato la possibilità di raggiungere una mia consapevolezza”.

 

Durante ogni festival del cinema, uno dei giochi preferiti da chi vi partecipa è tentare di individuare linee-guida o temi “forti” che attraversino tutto l’evento. Ieri, con “Redacted” di De Palma e “In the valley of Elah” di Haggis se n’è probabilmente palesato uno: il conflitto iracheno. Benché si tratti di due film molto diversi, condividono una spiccata sensibilità (più visiva quella di De Palma, più di “scrittura” quella di Haggis) verso i temi affrontati.

 

“In the valley of Elah” è il racconto di un’America che una mattina si sveglia, si guarda allo specchio e si vede meno forte e meno invulnerabile di quanto ricordava la sera precedente: il personaggio di Tommy Lee Jones scopre che il figlio – reduce dall’Iraq – è stato ucciso, e intraprende un lungo percorso investigativo alla ricerca della verità; una verità che si rivelerà più dolorosa e amara del previsto. Come in “Redacted”, la critica al governo statunitense prende le mosse dall’effetto del conflitto iracheno sulla psicologia dei soldati: i soldati in Iraq esercitano il diritto di vita o di morte sui prigionieri, e una volta tornati in patria diventa quasi automatico per loro “mettere mano alla pistola”, magari dopo un semplice diverbio. E’ questa ubriacatura di autorità a innescare la “sindrome irachena”.


Il film si avvale di interpretazioni eccellenti (in particolare un roccioso Tommy Lee Jones) e di alcune immagini molto forti: ne è un esempio il bellissimo finale, con la bandiera americana che sventola al contrario, simbolo – come spiega Jones nel film – della disperata richiesta d’aiuto di un Paese che sta perdendo i propri figli.

di Mauro Resmini

 

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